METALLI
Il rame riciclato copre oltre la metà del consumo industriale italiano
La tanto paventata carenza globale di offerta rispetto al fabbisogno è molto al di là dal venire nel mercato del rame. Anche in Europa. È questo il messaggio relativo al “re dei metalli non ferrosi” del 70° Faro Club Main Meeting.
L’analisi dell’Osservatorio nazionale sulle materie prime e seconde dei principali metalli industriali di Faro che legge il mercato fisico reale, non il rumore mediatico.
La situazione 2026 delle scorte di rame in America, in Europa e in Asia parla chiaro. Il rame non manca rispetto alla domanda e all’effettiva capacità di lavorazione industriale.
I volumi stoccati nei magazzini COMEX (borsa metalli Usa), LME (borsa metalli Europa) e SHFE (borsa metalli cinese) superavano a febbraio 2026 il milione di tonnellate. E in Cina, primo paese consumatore e trasformatore di rame al mondo, gli smelter hanno deciso di tagliare nel 2026 l’eccesso di capacità produttiva del 10% dopo che le tariffe di trattamento e raffinazione (TCRC) delle fonderie sono addirittura virate in negativo.
È vero che oggi nel breve termine la produzione mineraria mondiale di rame può soffrire la mancanza di zolfo, necessario per i processi di lisciviazione, a causa del fortissimo rallentamento del traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz del Golfo Persico, da dove ne provengono considerevoli quantità ottenute come sottoprodotto della raffinazione di gas e petrolio.
Ma se si guarda al rapporto a livello mondiale tra domanda e offerta di rame raffinato negli ultimi sei anni, i dati dell’International Copper Study Group – ICSG mostrano una situazione di equilibrio, con deficit o surplus sempre inferiori al milione di tonnellate dal 2020 al 2025. Nello stesso periodo i volumi sia della domanda sia della produzione si sono mediamente attestati tra i 24 e i 27 milioni di tonnellate all’anno.
Eppure da oltre un decennio si susseguono gli allarmi sulla carenza di rame. Secondo la maggior parte degli analisti, infatti, la richiesta di metallo rosso, trascinata dalla transizione energetica e dalla progressiva elettrificazione della mobilità stradale e dei consumi domestici e industriali, crescerà nei prossimi anni più dell’offerta congiunta di rame primario da miniera e di rame secondario da riciclo.
Recentemente si è aggiunto il trend in forte ascesa degli investimenti in grandi data center per l’intelligenza artificiale, anch’essi “famelici” di rame. Un deficit globale di rame è considerato quindi inevitabile in un futuro non lontano.
Le analisi di scenario di medio-termine concordano che la capacità delle miniere di rame attive raggiungerà il picco prima del 2030, anche a causa di un calo del tenore e della qualità del minerale estratto. Un report di maggio 2025 dell’International Energy Agency prevede che il fabbisogno globale supererà nel 2040 i 34 milioni di tonnellate. Mentre per l’International Copper Association e per S&P Global nel 2040 il fabbisogno globale eccederà addirittura i 40 milioni di tonnellate, con un gap di offerta tra il 20 e il 30% della domanda a seconda della velocità della transizione energetica.
In questo contesto a soffrire più di tutti della tensione tra offerta e domanda di rame sarebbe l’Europa, più fragile nelle catene di fornitura di materie prime strategiche rispetto a Cina e Stati Uniti (Project Vault) e negli equilibri geopolitici che le condizionano.
Non a caso, il rame rientra tra i 17 materiali strategici per l’Unione europea del Critical Raw Materials Act e del RESourceEU.
Il messaggio del 70° Main Meeting Faro, nel mezzo della nuova crisi del Golfo che sta avendo inevitabili ripercussioni economiche e politiche internazionali concernenti anche molti settori industriali ad alto impiego di rame, è di non fermarsi al rumore mediatico, narrativo, emotivo.
Bisogna invece guardare le tendenze di fondo, che sono nei dati, nei flussi, nei livelli di prezzo che “contano”. La narrativa dei data center, della transizione energetica, dell’elettrificazione, e quindi del “non ci sarà rame per tutti” è vera in prospettiva. Ma il mercato non vive solo di prospettive.
Il comportamento tipico del sistema finanziario è che quando i prezzi di una commodity salgono, le previsioni vengono riviste al rialzo. Per poi essere riviste al ribasso quando i prezzi scendono. La capacità previsiva reale è di fatto molto limitata. Ma ciò non è previsione, è inseguimento.
Mercato fisico, macro e geopolitica, finanza (che spesso amplifica, anticipa o distorce). Questi tre mondi convivono, ma non si muovono con le stesse logiche. E prima o poi il prezzo finanziario e la domanda fisica devono incontrarsi.
È risaputo che i mercati sono rumorosi. E il rumore muove i prezzi. Ma spesso lo fa in modo random. Per capire davvero bisogna abbassare il volume della radio e ascoltare l’erba che cresce. E il livello di prezzo che “parla” per il rame nel 2026 è 12.500 dollari alla tonnellata. I dati dicono che questo è il livello chiave oggi, attorno a cui ci sono o i volumi o l’interesse o il consenso implicito del mercato.
Non tutti i livelli sono uguali: alcuni non contano nulla, altri diventano ancore. La domanda futura non fa il prezzo odierno. I mercati non prezzano le slide sugli scenari 2030, ma l’equilibrio fisico dei prossimi 6–12 mesi.
Dell’andamento della domanda in Nord America e in Europa parla Massimo Vincenzi, direttore commerciale di Colata Continua Italiana spa e relatore sul tema rame del Kerb Faro sui mercati fisici dei metalli industriali.
«Gli investimenti legati alla transizione energetica e al digitale sostengono la richiesta, che in Europa comunque non è effervescente. Si tratta infatti di progetti a lungo termine.
Il mercato è certamente buono per i produttori europei e italiani di cavi elettrici e di trasformatori di energia. Quest’ultimi in particolare hanno portafogli ordini anche di tre-quattro anni. Diversi esportano anche negli Stati Uniti, che non hanno ancora recuperato capacità industriale e forza lavoro con adeguate competenze tecniche in questo settore, e alcuni stanno anche investendo in fabbriche americane».
Vincenzi osserva quindi la situazione delle scorte di rame: «Gli Stati Uniti hanno accumulato ingenti stock nei magazzini COMEX, grazie a un forte arbitraggio durato per mesi e arrivato anche a picchi di 1000 dollari alla tonnellata rispetto alla borsa metalli LME di Londra.
L’approvvigionamento spinto ha così creato un forte surplus rispetto alla capacità industriale americana di utilizzo del rame, soprattutto per semilavorati tondi e piatti impiegati nella produzione di cavi elettrici. A febbraio 2026 le scorte COMEX di rame erano infatti pari a 700mila tonnellate, praticamente la metà del consumo annuo statunitense.
Le scorte LME erano invece di 350mila tonnellate, comunque adeguate, tant’è che in Europa nel 2026 è previsto un leggero surplus di materiale rispetto alla domanda».