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Perché nella strategia economica di Trump i dazi sembrano essere quasi un’ossessione?
«La legge di bilancio definita Big Beautiful Bill e la modifica tariffaria sono i due pilastri della strategia economica di Trump, basata su politiche supply-side con un lungo orizzonte temporale», osserva il professor Arrigo Sadun, Chief Economy Advisor di Faro Club. «Il presidente statunitense considera infatti le tariffe doganali sull’import uno strumento polifunzionale. Molti osservatori all’inizio si sono focalizzati sulle finalità di riequilibrio della bilancia commerciale Usa verso alcuni Paesi, ma gli obiettivi sono molto più vasti».
Nel corso dello Smart Faro Focus del 16 luglio Sadun ha in ogni caso veicolato un messaggio tranquillizzante per le imprese italiane ed europee, preoccupate da un possibile scenario di dazi molto elevati che penalizzerebbero moltissimo l’export di tanti settori.
Per l’economista di Faro, infatti, lo scenario di gran lunga più realistico è che nei negoziati commerciali Usa-Ue si troverà la quadra quest’estate intorno a un livello di dazi generalizzati del 10-12%. Pur con qualche eccezione settoriale a livello più alto (come su acciaio e alluminio e sull’automotive) o più basso.
L’ipotesi di dazi al 30% è quindi improbabile. «Le parti si rendono conto che quella strada non è percorribile perché provocherebbe un’escalation di reazioni e controreazioni tra Ue e Usa che porterebbe a dannosissimi incrementi incrociati delle tariffe, e il sistema non terrebbe».
Inoltre, in uno scenario di dazi generalizzati del 10% applicato mediamente alla totalità dell’import statunitense di merci, secondo Sadun l’impatto incrementale sull’inflazione Usa sarà limitato tra +0,3% e +0,5% e diluito in diversi mesi. Quindi nessuna impennata dei prezzi.
«Oggi le probabilità di una recessione entro fine anno sono molto basse. Anzi, le stime di crescita del 2% del Pil Usa nel 2025 possono essere confermate nello scenario tariffario più favorevole. E ci sono elevate probabilità che nei prossimi anni l’economia possa crescere di oltre il 2%, e che l’inflazione si attesti tra il 2% e il 2,5%».
Ma le imprese per investire hanno bisogno di certezze: «Gli investimenti negli Usa ora sono in attesa che si definisca la politica dei dazi, in autunno potrebbero pertanto riprendere».
Sadun poi sottolinea la relativa tranquillità dei mercati finanziari rispetto agli ultimi annunci sui dazi, con l’andamento della borsa americana che rimane molto favorevole.
C’è però la questione della Fed, con gli attacchi di Trump al governatore Jerome Powell criticato per non abbassare a sufficienza i tassi di interesse che pesano su economia reale e costo del debito pubblico. «Ma – dice Sadun – la credibilità della Fed è sotto attacco da anni, erosa da reazioni tardive e incerte all’aumento fuori controllo dell’inflazione in passato. Questo errore è stato ripetuto in campagna elettorale, quando la Fed ridusse i tassi di interesse mentre l’inflazione era ancora alta e non era chiaro in che direzione stesse andando».
Se l’inflazione americana resterà sotto il 3%, un ulteriore taglio dei tassi di interesse è probabile in autunno. «Ci vogliono in ogni caso almeno sei-otto mesi per avere un effetto sull’economia. Nel frattempo i consumi privati americani stanno tenendo discretamente, anche se alcuni settori come l’immobiliare e l’auto sono in difficoltà. In particolare, l’immobiliare che rappresenta intorno al 10% del Pil soffre il mercato dei mutui con interessi al 6-7%, quindi un taglio del costo del denaro è fondamentale».
Innanzitutto, molto alte sono le aspettative dell’amministrazione americana sull’effetto che i dazi possono avere per l’aumento degli introiti fiscali Usa. I dati relativi al primo semestre 2025 evidenziano in effetti una crescita rilevante delle entrate federali prodotte dagli incrementi tariffari. Tra gennaio e giugno i dazi hanno generato un flusso di 108 miliardi di dollari, oltre il doppio rispetto allo stesso periodo del 2024. Di cui 27 miliardi di dollari solo a giugno, il quadruplo rispetto a dodici mesi prima. «Considerando uno scenario di dazi generalizzati al 10% su tutto l’import statunitense, gli introiti fiscali sarebbero sufficienti per coprire più della metà della manovra del Big Beautiful Bill», nota Sadun.
Inoltre, i dazi sono visti anche come strumento fondamentale di politica industriale. Mentre con Biden il focus era sullo sviluppo delle energie rinnovabili e delle relative tecnologie, Trump punta al rafforzamento del settore manifatturiero, industria pesante, automotive, oil & gas.
«Il Big Beautiful Bill incapsula la strategia economica di Trump per i prossimi dieci anni. Se i tagli fiscali effettuati dalla sua prima amministrazione non fossero stati rinnovati, l’economia americana sarebbe entrata in recessione perché avrebbe sottratto 5 trilioni di dollari».
Gli sgravi fiscali sono invece stati confermati. «Le nuove misure aggiunte alla legge di bilancio – sottolinea Sadun – favoriscono soprattutto le Pmi operanti negli Usa, con benefici quali per esempio la tassazione pass-through solo sui titolari e non sull’entità societaria. Quindi niente doppia imposizione. Ma anche per attrarre investimenti di aziende estere negli Usa ci sono iniziative molto importanti, non solo a livello di livelli di grandi progetti. L’amministrazione Trump intende infatti smantellare una serie di restrizioni imposte dall’amministrazione Biden a diversi settori industriali».