BATTERIE
Le prospettive del riciclo di batterie agli ioni di litio per veicoli e accumuli
La crisi irreversibile di Meyer Burger è un ulteriore colpo alla produzione europea di celle fotovoltaiche.
Il 13 gennaio 2026 la storica azienda svizzera, che nei suoi settant’anni di storia dai macchinari per l’orologeria si è spostata prima sui semiconduttori e poi sulle tecnologie solari, ha abbandonato la borsa di Zurigo. Nel 2025 il valore del titolo si era praticamente azzerato a causa del pessimo andamento economico e finanziario, mentre le gigafactory di celle e pannelli ad alta efficienza in Germania e negli Stati Uniti si erano fermate. Ora chiuderanno anche la sede centrale e il centro di ricerca in Svizzera: l’intera società è in liquidazione. Troppo forte la concorrenza cinese.
Allargando lo sguardo allo stato dell’intera industria europea delle tecnologie per l’energia solare, gli obiettivi al 2030 dello EU Net-Zero Industry Act (NZIA) per lo sviluppo di una filiera continentale auto sufficiente sembrano sempre più un miraggio.
Di fatto per ora sul mercato rimane un solo produttore europeo di celle fotovoltaiche, l’italiana 3Sun di Enel. Lo stabilimento di Catania realizza moduli e celle ad alte prestazioni con una capacità produttiva programmata di 3 GW l’anno. Una briciola della domanda europea di installazioni di capacità fotovoltaica, che tra il 2023 e il 2025 si sono aggirate intorno ai 65 GW di incremento all’anno. Volume che resterà stabile nei prossimi anni, secondo lo scenario medio dell’Outlook 2025-2030 di Solar Power Europe.
L’ambizione di 3Sun è comunque di spostare più in alto l’asticella sui materiali, in particolare puntando sui moduli tandem in silicio-perovskite.
Le perovskiti sono infatti molto promettenti per l’alta capacità di assorbimento della luce solare e di trasformazione in corrente elettrica. Inoltre, si ricavano da minerali a base di calcio molto diffusi in Europa e la loro lavorazione è meno energivora di quella per il silicio. Ma presentano ancora forti criticità su stabilità e durata delle celle.
Su questi materiali lavora anche SunXT, un progetto italiano di R&S a cui partecipano il produttore di pannelli fotovoltaici veneto FuturaSun e il corporate venture building Eniverse di Eni. «Secondo la nostra roadmap ci vorranno tre anni per arrivare a un grado di maturità tecnologica adeguata ad avviare la produzione industriale di pannelli tandem perovskite-silicio dalle performance elevate che durino 25-30 anni», ha recentemente dichiarato il Ceo Alessandro Barin.
FuturaSun sinora produce tutti i suoi pannelli fotovoltaici in Cina, dove è l’unica azienda europea proprietaria di gigafactory. Ma nel prossimo futuro intende servire il mercato di casa con una produzione in loco, in prospettiva anche di celle. L’obiettivo quindi è avviare a breve in Nord Italia la costruzione di uno stabilimento da 2 GW, un progetto da 50 milioni di euro per il quale nel 2025 ha ottenuto a fondo perduto 21,3 milioni di contributi dell’EU Innovation Fund.
Il momento non è però dei migliori per gli investimenti industriali in celle e moduli fotovoltaici. Neppure in Cina. I prezzi finali dei prodotti sono infatti schiacciati al ribasso per via della forsennata competizione tra i produttori cinesi di pannelli, celle, wafer e polisilicio.
«La filiera del fotovoltaico cinese è in forte perdita. Dopo aver spazzato via gran parte della concorrenza straniera, ora si stanno facendo la guerra tra loro», osserva Barin, che non fa mistero di sperare che i prezzi di materiali e componentistica tornino a salire. «In Cina come FuturaSun quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto. Adesso stiamo consolidando e aspettiamo tempi migliori. Nel settore fotovoltaico cinese gli investimenti si sono ridotti perché i privati e le banche si sono fermati. Chi investe in ambito industriale si sta concentrando su robotica e intelligenza artificiale».
Il Net-Zero Industry Act fissa per il 2030 un target di produzione Made in Ue di tecnologie per la transizione green del 40% rispetto al fabbisogno annuale europeo. Ma l’obiettivo appare irreale.
I fallimenti di progetti industriali come quello di Meyer Burger nelle celle e pannelli solari e di Northvolt nelle batterie per veicoli elettrici sono estremamente indicativi. Lo strapotere asiatico, cinese innanzitutto, nella capacità di scala industriale, nella competitività sui prezzi e nel controllo delle filiere dei materiali è evidente. Con le produzioni europee di nicchia non si sviluppano grandi filiere manifatturiere. «Pannelli fotovoltaici, batterie e inverter cinesi hanno un prezzo finale sul mercato inferiore di almeno il 50-80% rispetto a quelli europei», nota Andrea Rovera, coordinatore del gruppo di lavoro su filiera produttiva e approvvigionamenti sostenibili dell’Associazione Italia Solare.
Gli obiettivi del Net-Zero Industry Act sono quindi inesorabilmente destinati a restare “sogni”? Paradossalmente, ma neanche troppo, per dare una chance all’espansione della produzione europea di celle fotovoltaiche, Rovera spera proprio negli investimenti cinesi nel Vecchio Continente. Come sta accadendo nelle batterie e nelle auto elettriche con Catl e Byd in Germania, Spagna e Ungheria. «Entro fine 2026 dovrebbe essere avviata la giga factory che Das Solar sta costruendo in Francia, e in Europa ci sono anche altri progetti industriali a capitale cinese».
Ma perché non è facile investire nella filiera industriale fotovoltaica in Europa? «I grandi gruppi sono spaventati dall’incertezza normativa e dalle lungaggini burocratiche per gli investimenti. Ma soprattutto – sottolinea Rovera – qual è lo sbocco di mercato di una produzione europea di celle se dalla Cina arrivano prodotti a sottocosto? L’equity richiesta per un progetto industriale non supera mai il 20-30% del totale, il resto è finanziato con prestiti, che per quanto possano essere a tassi agevolati devono comunque essere restituiti».
Cosa fare dunque per stimolare lo sviluppo di una produzione europea di celle fotovoltaiche e di altri segmenti della filiera del solare?
La Commissione Ue vuole estendere i criteri di contenuto minimo obbligatorio di prodotti Made in Europa a tutti gli appalti con fondi pubblici per l’acquisto di tecnologie per energie rinnovabili, sistemi di accumulo e mobilità elettrica. Bruxelles sta lavorando a una proposta normativa che dovrebbe integrarsi alla revisione delle Direttive UE sugli appalti pubblici per l’ampliamento dei criteri extra prezzo (sostenibilità, resilienza e preferenza europea negli acquisti pubblici), al Regolamento Batterie e al Critical Raw Materials Act.
«In ambito fotovoltaico il Net-Zero Industry Act già esclude dagli appalti finanziati i produttori extra Ue di pannelli, inverter e tracker in posizione dominante di mercato», spiega Rovera. «Lascia quindi fuori i cinesi, che hanno ecceduto la quota del 50%. Il passo successivo sarà stabilire dei perimetri in cui ci siano solo prodotti realizzati in Europa. Servono pertanto misure stabili per creare un mercato preferenziale per i prodotti Made in Eu – prosegue Rovera – con paletti che recintino almeno delle “aiuole”. Se si riuscisse infatti a circoscrivere un 20-30% del mercato, si creerebbe una base per la produzione europea di celle, moduli e pannelli solari».
Qualcosa intanto c’è a livello di legislazione nazionale sugli investimenti industriali. In Italia Transizione 5.0, per esempio, prevede l’obbligatorietà per gli investimenti incentivati di acquistare pannelli e celle fotovoltaiche ad alta efficienza prodotti in Paesi Ue e dello Spazio economico europeo. «Peccato però – conclude Rovera – che i parametri indicati per il 2026 e 2027, cioè solo pannelli e celle ad alta efficienza in categoria C secondo la classificazione prevista dal Dec. Leg. 181/2023, escluda ben il 90% delle imprese iscritte nel Registro Enea dei produttori di moduli fotovoltaici europei, di cui il 50% sono italiane. Di fatto, ad oggi l’unico operatore che ci rientra è 3Sun di Enel».