MANIFATTURA
Byd in Europa punta sulle fabbriche per il Made in EU e ferma l’investimento turco
Europa e Stati Uniti possono realisticamente perseguire una comune strategia sui minerali strategici? La domanda oggi, considerando la politica dell’attuale inquilino della Casa Bianca, può apparire retorica e la risposta scontata: no.
Eppure, quello delle materie prime minerarie e dello sviluppo della relativa capacità industriale di lavorazione a valle è un ambito in cui l’amministrazione guidata da Donald Trump potrebbe avere veramente intenzione di “riallinearsi” con gli alleati storici occidentali.
Gli Stati Uniti sembrano infatti voler fare fronte comune con i Paesi del G7, con l’Unione Europea e con diversi Stati asiatici, africani e latinoamericani per sviluppare una comune strategia sui minerali strategici e le terre rare per chip, batterie, difesa, energia e altri settori industriali.
Questa è almeno l’intenzione palesata nel summit Critical Minerals Ministerial di Washington del 4 febbraio 2026. A fare gli onori di casa, il vice presidente J.D. Vance e il segretario di stato Marco Rubio. Presenti, politici e funzionari di una cinquantina di Paesi. Tra cui, il ministro degli esteri di uno dei due giganti asiatici, l’India, con cui gli Usa e l’Ue hanno appena siglato rilevanti accordi commerciali generali. Assente, invece, la Cina.
L’amministrazione statunitense ha proposto di creare un’area di scambi commerciali preferenziali su diverse materie prime. E ha annunciato la creazione del FORGE – Forum on Resource Geostrategic Engagement, che sostituirà la MSP – Minerals Security Partnership dell’era Biden con un approccio più “muscolare” in termini di ruolo statale nei mercati.
Il “blocco” Forge prevede dazi comuni verso gli esclusi, prezzi minimi (floor prices) e alleanze che garantiscano approvvigionamenti e investimenti a prezzi sostenibili per la creazione di filiere sui diversi minerali alternative a quelle oggi in gran parte o completamente controllate da operatori cinesi.
L’obiettivo dell’iniziativa, anche se non pubblicamente dichiarato durante l’incontro, è contrastare il dominio della Cina nelle catene globali delle materie prime. L’intento è costruire autonomia strategica non solo per l’approvvigionamento minerario, ma anche per lo sviluppo di capacità industriale di raffinazione e di processo a valle dei materiali. Dove Pechino controlla oggi mediamente il 70% delle filiere delle materie prime critiche e il 90% di quelle delle terre rare.
Pochi giorni prima del Critical Mineral Ministerials Trump ha annunciato la creazione di Project Vault, una riserva strategica a capitale pubblico-privato di scorte di minerali critici da 12 miliardi di dollari per l’industria americana dell’auto, dell’hi-tech, della difesa e dell’energia.
Gli Stati Uniti stanno già lavorando a grandi progetti minerari domestici ed esteri su terre rare, rame, litio e altri minerali per batterie, magneti, chip. Sul territorio nazionale spiccano il rilancio dello storico sito di Mountain Pass in California e diversi progetti in Alaska, Texas e Nevada. Progetti che spesso vedono la partecipazione diretta come azionista del governo federale (Mp Materials e Usa Rare Earth sulle terre rare; Trilogy Metals per rame, cobalto, piombo, zinco, argento, oro, gallio, germanio; Lithium Americas).
Al contempo la diplomazia commerciale americana è al lavoro nello scacchiere internazionale. Nella seconda metà del 2025 gli Stati Uniti hanno siglato intese con diversi paesi del Pacifico su terre rare e altri minerali critici. Accordo di co-investimento con Australia, collaborazione con Giappone, MoU con Malesia e Tailandia. Oggetto: sicurezza delle catene di fornitura e finanza a supporto degli investimenti in capacità mineraria e di raffinazione industriale.
Accordi anche con Pakistan e Repubblica Democratica del Congo. E proprio in occasione del Critical Mineral Ministerials, Stati Uniti e Argentina hanno firmato un accordo commerciale che include il rafforzamento della collaborazione strategica per la sicurezza e la resilienza delle catene di fornitura di minerali critici.
La Corte dei conti europea ha bocciato l’EU Critical Raw Materials Act (CRMA). Tutt’altro che inaspettatamente. Il giudizio ha infatti confermato quello che già si sapeva. Fortissima dipendenza dalla Cina, criticità del riciclo per gran parte dei materiali, tempi biblici degli iter autorizzativi per i progetti minerari domestici.
Su un totale di 34 materie prime individuate come “critiche” in termini di rischio di approvvigionamento e di importanza economica, 26 sono necessarie per le tecnologie “cleantech” per la transizione energetica. E 17 sono considerate “strategiche”.
Bismuto, boro (grado metallurgico), cobalto, rame, gallio, germanio, litio (grado batteria), magnesio metallico, manganese (grado batteria), grafite naturale (grado batterie), nichel (grado batterie), metalli del gruppo del platino, silicio metallico, titanio metallico, tungsteno ed elementi delle terre rare per magneti: neodimio (Nd), praseodimio (Pr), terbio (Tb), disprosio (Dy), gadolinio (Gd), samario (Sm) e cerio (Ce).
La Corte dei conti europea ha messo nero su bianco che si è lontanissimi non solo dall’obiettivo CRMA di coprire entro il 2030 almeno il 10% del fabbisogno Ue di materie prime critiche da estrazione mineraria interna. Ma anche che i target di 40% di capacità di lavorazione a valle dell’estrazione mineraria sono difficilmente raggiungibili. Anzi, i progetti industriali avviati sono in crisi e chiudono a causa anche degli elevati costi energetici.
E non va molto meglio il riciclo dei materiali critici e strategici. Dovrebbe rappresentare entro la fine del decennio il 25% della domanda interna per ciascuno, ma oggi ben dieci non sono affatto riciclati e sei si fermano tra 1% e 5%.
Per ovviare al grave gap l’Ue ha lanciato a dicembre 2025 il piano d’azione RESourceEU, che mira a dimezzare entro il 2029 le dipendenze estere negli approvvigionamenti di materie prime critiche per i settori automotive, motori industriali, difesa, aerospaziale, microchip data center IA. La dotazione finanziaria iniziale sarà di 3 miliardi di euro per progetti di forniture alternative a breve termine nel 2026, mentre in prospettiva saranno coltivati i partenariati strategici con Paesi considerati allineati come valori.
Il ReSourceEU e il Forge a trazione Usa si integreranno dunque?