MANIFATTURA
Byd in Europa punta sulle fabbriche per il Made in EU e ferma l’investimento turco
La crisi di Hormuz è stata una boccata d’ossigeno per la plastica europea, che soffre da tempo la concorrenza orientale. Il rincaro del petrolio tra il primo e il secondo trimestre 2026 ha infatti fortemente ridotto l’offerta asiatica di polimeri plastici. Lasciando così spazio ai produttori europei, che hanno colto l’occasione al balzo per alzare i prezzi e recuperare margini che erano stati schiacciati per anni.
Tra marzo e maggio 2026 il prezzo dei polimeri commodity è schizzato del 130% e quello dei tecno polimeri ha visto incrementi tra il 30% e il 100%. Più contenuti gli aumenti per i super polimeri (mediamente del 10%), il segmento alto dove i prezzi sono maggiormente determinati nelle negoziazioni commerciali dirette tra fornitori e acquirenti
«Ora la situazione di sbilanciamento tra domanda e offerta sta rientrando e l’aspettativa per il terzo trimestre 2026 è di un quadro in generale miglioramento, pur se a fronte di costi ancora elevati per l’energia e i monomeri», osservano Alessandro Fabris e Fulvio Confalonieri di Guztec Polymers srl, società del gruppo Hromatka specializzato nella distribuzione di materie plastiche, nell’ambito del Kerb Faro sui mercati fisici delle materie prime.
In Italia la domanda di termoplastiche vergini è scesa a 5 milioni di tonnellate all’anno, mentre quella del riciclato si ferma a 1,5 milioni.
E a causa dell’aumento dei prezzi, si rischia che la domanda di plastica ora si fermi in alcuni settori industriali europei. A marzo la produzione in Italia ha registrato un aumento, che potrebbe però essere legato a fattori contingenti di overstocking. Cioè acquisti superiori al fabbisogno per timore del blocco delle forniture di polimeri asiatici e del rialzo dei prezzi.
Il riciclo resta debole, nonostante l’aumento dei prezzi dei polimeri vergini. Sul settore incidono molto i costi dell’energia. Ad agosto 2026 entrerà in vigore il regolamento Ue sugli imballaggi PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) che aumenta le quote obbligatorie di contenuto di plastica riciclata. Ma la filiera europea del riciclo deve fare i conti con il problema della tracciabilità del materiale importato dall’Asia che entra nel mercato a prezzi molto concorrenziali.
Domo Chemicals, Sabic e Trinseo sono tre casi emblematici di crisi aziendali e disinvestimenti industriali nel settore dei materiali plastici in Europa.
«In questi anni – commenta Fulvio Confalonieri – la politica europea è stata volta a ridurre la produzione di materiali intermedi e la raffinazione del petrolio, che nel campo dei polimeri plastici è la base, secondo la logica che era più conveniente comprare da paesi extra Ue anziché produrre.
Ma ora si stanno accorgendo che occorre avere indipendenza nella raffinazione o nella produzione di intermedi. E quindi dovranno probabilmente ripensare questa cosa. Per ora l’Ue si è limitata a rivedere le accise nel settore della plastica, mentre nel Far East asiatico la Corea del Sud e il Giappone intervengono con aiuti statali al settore».