MANIFATTURA
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L’Open Innovation è il futuro anche per le PMI manifatturiere italiane. Ed è un must. Perché innovare solo per vie interne richiede troppo tempo, risorse economiche ingenti e competenze non facilmente reperibili e sviluppabili. É quindi molto più efficiente reperire esternamente le innovazioni tecnologiche disponibili sul mercato.
Sul tema dell’Open Innovation al 71° Faro Club Main Meeting è intervenuto Itai Green, fondatore della società Innovate Israel, esperto di metodologia di collaborazione tecnologica tra aziende in diverse aree del mondo e in differenti settori industriali e dei servizi, autore del libro “Innovation or elimination”.
Lei, Itai Green, si è ispirato a qualche teoria in particolare sull’economia e l’organizzazione d’impresa in materia di Open Innovation?
«Il mio pensiero è sicuramente ispirato al lavoro accademico pionieristico del professor Henry Chesbrough, che ha reso popolare il concetto di Open Innovation. La sua definizione originale del 2003 stabiliva che le idee di valore possono provenire dall’esterno dei confini organizzativi, attribuendo ai percorsi esterni la stessa importanza di quelli interni.
Dopo aver affinato le sue teorie nel corso degli anni, oggi Chesbrough sottolinea che il tradizionale modello lineare e “chiuso” di ricerca e sviluppo non è più sufficiente, perché nessuna singola organizzazione può da sola tenere il passo con l’attuale ritmo accelerato del cambiamento tecnologico. E questo è proprio il fulcro del mio lavoro.
Altri contributi che mi hanno influenzato sono la Legge di Moore, la Legge di Joy, i Gradi di Separazione, l’Effetto Rete, e persino teorie più datate, come la Teoria della Specializzazione di Adam Smith.
“Innovazione o eliminazione: vincere in un mondo in continuo cambiamento”, il mio recente libro che è una guida pratica per dirigenti d’azienda, menziona anche alcune importanti teorie su questo tema».
Al 71° Faro Club Main Meeting Faro Club lei è stato molto esplicito sulla necessità per le imprese di adottare un approccio collaborativo e interaziendale ai progetti di ricerca e sviluppo. Ma in Italia (e in Europa), nonostante ci sia un’abbondanza di incubatori e acceleratori d’impresa per le startup high-tech volti a sostenere anche l’interazione con aziende consolidate e centri di ricerca, l’Open Innovation non è molto diffusa. Quindi, francamente, cosa non sta funzionando?
«Ci sono diversi problemi, tra cui la frammentazione. Nonostante l’abbondanza di hub e piattaforme, gli ecosistemi spesso operano in compartimenti stagni a causa di differenze culturali, linguistiche, di prassi aziendali e della mancanza di strategie coordinate.
Sebbene gli ecosistemi locali europei favoriscano spesso solide relazioni tra startup emergenti, università e agenzie locali, spesso mancano le infrastrutture o le connessioni globali necessarie per scalare le innovazioni oltre i mercati locali immediati.
Senza collegamenti strategici con reti globali più ampie, gli attori locali si ritrovano isolati. Allo stesso tempo, le grandi aziende consolidate spesso non riescono a integrare efficacemente le loro molteplici iniziative di innovazione. E ciò comporta progetti ridondanti, investimenti frammentati e l’incapacità di generare valore reale.
È positivo che grandi istituti finanziari o colossi della grande distribuzione collaborino con università e aziende locali, ma occorre anche che le multinazionali italiane collaborino con startup tedesche, israeliane e britanniche.
Infine, per quanto lodevoli, gli incubatori d’impresa non bastano. Le aziende devono assumere un ruolo guida e promuovere collaborazioni con maggiore frequenza rispetto a quanto facciano attualmente. L’Europa ha fatto un passo nella giusta direzione, ma ne deve fare altri dieci».
Qual è il primo passo da compiere per un’azienda che desidera attingere all’innovazione esterna anziché perseguire progetti solo interni?
«Innanzitutto è fondamentale avviare trasformazioni culturali, strutturali e di leadership per eliminare le scuse politiche e aziendali interne che ostacolano il cambiamento. Le organizzazioni devono abbandonare un modello chiuso basato sulla segretezza per abbracciare ecosistemi collaborativi e partnership esterne.
Un secondo passo altrettanto cruciale consiste nell’avviare programmi pilota e di integrazione controllati con startup. Questo rappresenta lo strumento più efficace per testare la fattibilità e valutare il successo. Un progetto pilota di successo offre un’esposizione diretta alla tecnologia esterna e alla scalabilità. La naturale evoluzione di questo processo è garantire il coinvolgimento interno dell’organizzazione, dal top management fino ai team operativi, passando dai progetti pilota di successo a integrazioni attive o investimenti strategici.
Nel mio libro “Innovation or Elimination” troverete molte informazioni su come realizzare entrambi questi primi passi».
Ci può fare l’esempio di un caso di Open Innovation PMI manifatturiere a cui ha lavorato?
«Un progetto recente di rilievo è stata la guida dell’implementazione di metodologie di Open Innovation all’interno di uno stabilimento brasiliano di prodotti per la casa di un’azienda che esporta in 50 paesi e compete direttamente con i produttori cinesi.
L’incarico ha comportato un processo completo end-to-end, a partire da una formazione strutturata e da un supporto costante e attento. Abbiamo mappato sistematicamente le principali sfide, individuato e selezionato soluzioni tecnologiche su misura e gestito il processo fino al completamento con successo dei progetti pilota e all’integrazione finale nelle operazioni aziendali».
Secondo la sua esperienza, quali settori e paesi sono attualmente “più aperti” all’Open Innovation a livello globale?
«A livello globale, paesi come Israele, Stati Uniti e Cina rappresentano esempi eccellenti di realtà che stanno ottenendo risultati straordinari grazie all’Open Innovation. Abbiamo assistito a una crescita significativa anche in Arabia Saudita, Francia, Portogallo e Brasile.
Lavoro anche in Europa, tra cui Grecia, Portogallo e Francia, dove l’Open Innovation si sta diffondendo notevolmente. I dati indicano che il 72% delle aziende europee ha già avviato progetti di Open Innovation incentrati sulla collaborazione con le startup. Ma ciò non è ancora sufficiente.
Tra i settori più “aperti” figurano l’high-tech, la sanità, l’automotive, il retail, l’energia, i beni di consumo e i servizi finanziari».
Si dice spesso che l’innovazione tecnologica europea sia in ritardo rispetto a quella di Stati Uniti e Cina in termini di dimensioni dei progetti, investimenti in R&S, scale-up industriale, mercato del venture capital, ecc. In che modo un approccio basato sull’Open Innovation può favorire lo sviluppo di tecnologie all’avanguardia per le PMI manifatturiere europee?
«L’Open Innovation colma questo divario consentendo alle PMI manifatturiere europee di superare i propri limiti in termini di risorse. Invece di investire milioni in attività di R&S interne, lente e ad alto rischio, le PMI possono collaborare con startup esterne, università e piattaforme per accedere a prospettive diverse, ridurre i costi e accelerare il time-to-market.
Attingendo a processi di innovazione distribuita, le aziende più piccole possono integrare strumenti all’avanguardia come intelligenza artificiale, robotica e blockchain, che non sarebbero in grado di sviluppare autonomamente.
Inoltre, le sfide regionali, come la riconfigurazione delle catene di approvvigionamento o le barriere tariffarie, possono agire da potenti catalizzatori. La collaborazione aperta spinge gli ecosistemi locali a superare l’inerzia, ottimizzare l’efficienza produttiva e ridurre i rischi legati allo scale-up tecnologico, trasformando sfide macro-ambientali condivise in distinti vantaggi competitivi.
Da un lato, le PMI possono trarre grandi benefici da questo modello. Dall’altro, le grandi aziende leader europee saranno più competitive nei confronti dei giganti americani e cinesi integrando strumenti e conoscenze sviluppati dalle migliori menti».
Che contributo può offrire il sistema israeliano di Open Innovation, basato su scienza e high-tech, alle startup e alle aziende consolidate italiane ed europee?
«Israele opera come un laboratorio globale unico per l’Open Innovation, ospitando oltre 500 multinazionali che gestiscono hub di innovazione basati su partnership e investimenti. L’ecosistema israeliano offre ad aziende europee consolidate e a startup un solido flusso di tecnologie all’avanguardia nei settori dell’intelligenza artificiale, della sicurezza informatica, della bioconvergenza, della robotica e delle tecnologie per la difesa.
Il panorama della collaborazione è estremamente dinamico: le aziende internazionali interagiscono costantemente con l’ecosistema per individuare opportunità di investimento e avviare progetti pilota. Israele mette a disposizione modelli collaudati per accelerare le sinergie tra grandi imprese e startup e per mitigare i rischi legati agli investimenti nelle fasi iniziali (early-stage) attraverso strutture pubblico-private.
Le organizzazioni europee possono sfruttare questa competenza per imparare a superare la burocrazia aziendale, ottimizzare i tassi di conversione dai progetti pilota all’integrazione operativa e costruire resilienza di fronte alle trasformazioni dirompenti del mercato».