BATTERIE
Le prospettive del riciclo di batterie agli ioni di litio per veicoli e accumuli
La sfida a medio termine della produttività manifatturiera italiana passa attraverso gli investimenti in capitale umano, innovazione tecnologica ed energie rinnovabili. Mentre nel breve termine, per aiutare la ripresa della domanda, la Bce deve proseguire con decisione il taglio dei tassi di interesse indipendentemente da come si muoverà la Fed.
Sono questi i messaggi essenziali emersi dall’analisi macro economica presentata al 29° Smart FARO Focus da Fedele De Novellis, partner di REF Ricerche.
Sono stati inoltre analizzati il mix restrittivo della politica di bilancio e monetaria europea, la gestione del deficit pubblico in Italia e la sostenibilità delle politiche economiche adottate per affrontare le sfide economiche.
L’attività industriale è in contrazione da due anni in Europa. Lo evidenzia l’andamento ampiamente negativo nel 2023 e 2024 del valore aggiunto medio dei settori industriali rispetto ai servizi nelle tre principali economie nazionali dell’area euro: Germania, Francia, Italia. Anche l’export di merci e servizi ha rallentato, ma quello italiano ha comunque avuto un indice di crescita migliore di quello tedesco e francese.
Purtroppo l’incertezza non aiuta gli investimenti nei settori prettamente industriali, il cui valore a prezzi costanti sul Pil è in deciso calo nelle prime economie manifatturiere d’Europa. Mentre invece aumenta l’incidenza sul Pil degli investimenti in produzioni di beni intangibili di proprietà intellettuale.
In Italia tra i settori industriali che dal 2019 a 2023 hanno aumentato la marginalità ci sono le costruzioni, il farmaceutico e l’automotive. Mentre tra quelli che ne hanno persa ci sono la chimica, il legno, il tessile-abbigliamento, i macchinari industriali.
Essenziale per le aziende impegnate in processi di innovazione tecnologica di prodotto e di processo è attirare e mantenere capitale umano ad elevate competenze. Solo i settori ad elevata intensità di conoscenza permetteranno infatti alle imprese di resistere nei prossimi anni rispetto alla competizione internazionale.
Ma questa sfida purtroppo vede spesso le aziende italiane, anche di settori di punta del panorama industriale, in difficoltà rispetto all’offerta in termini di trattamento economico e percorsi di carriera di aziende concorrenti di altri Paesi europei.
Le imprese devono pertanto andare oltre quello che possono fare le politiche governative in materia di riduzione del costo del lavoro complessivo, visto l’assodato ridotto spazio di manovra nel bilancio pubblico per tagli sostanziosi del cuneo fiscale e contributivo. Ma come aumentare l’incidenza sul costo del venduto nel conto economico aziendale della voce stipendi e così trattenere più risorse giovani di alto profilo nel mercato del lavoro industriale italiano?
Per aumentare l’indice di produttività manifatturiera e liberare al contempo risorse a favore degli investimenti aziendali in capitale umano e innovazione tecnologica occorre necessariamente ridurre il peso del costo dell’energia. Il tema è ampiamente dibattuto. Le richieste di interventi urgenti si susseguono da parte di aziende, associazioni di categoria, analisti.
È risaputo che l’Italia soffre stabilmente del prezzo unico nazionale dell’elettricità (PUN) più alto d’Europa, per il modo in cui si forma il prezzo marginale giornaliero che in Italia dipende praticamente solo dal gas. Uno svantaggio competitivo molto rilevante nei confronti delle principali economie manifatturiere concorrenti nel continente. Che diventa gigantesco se confrontato con i costi energetici ancora più bassi di Stati Uniti, Cina e Paesi industriali emergenti.
La strada per la riforma del mercato elettrico europeo e per l’eventuale prezzo unico a livello continentale è molto difficile. Mentre i tempi per l’eventuale inserimento anche del nucleare nel mix energetico italiano sarebbero lunghi.
Fondamentale quindi è velocizzare lo sviluppo delle energie rinnovabili e delle necessarie infrastrutture di rete rispetto agli obiettivi 2030 del Pniec e del RePowerEU. A partire dai sistemi di accumulo.
L’Europa già vede oggi circa la metà della corrente elettrica prodotta da fonti rinnovabili, e sommando il nucleare si arriva con le fonti “pulite” in termini di emissioni carboniche ai due terzi della generazione annuale. Ma poiché lo sfruttamento delle rinnovabili non è ottimale vista la natura intermittente, molta strada si deve ancora fare sulle infrastrutture per ottimizzarne la disponibilità rispetto all’andamento della domanda.
Intanto, però, nei paesi europei che sono più avanti dell’Italia nella diffusione delle energie rinnovabili rispetto al mix elettrico cresce la quantità di ore in cui il prezzo è definito dalle rinnovabili. Gli investimenti devono proseguire in tal senso.
Il quadro economico europeo risente fortemente degli effetti dello shock energetico. Nel 2022-2023 la politica monetaria della Bce ha seguito quella della Fed, prima di iniziare a cambiare rotta. Ma le politiche di bilancio pubblico in Europa sono state molto più prudenti che negli Usa.
Il nuovo Patto di stabilità Ue ha un po’ allentato i criteri e allungato i tempi per la riduzione dei deficit e dei debiti pubblici statali. In prospettiva la nuova governance europea indica comunque una strada molto stretta, perché il mix tra politica di bilancio e politica monetaria è restrittivo. E politicamente i governi nazionali sono in difficoltà nello spiegarlo ai loro elettorati.
Nel 2024-2025 è in corso l’impegno del governo italiano verso il raggiungimento degli obiettivi vincolanti Ue per i prossimi anni in materia di finanza pubblica (target deficit/pil 2,8% nel 2026, 1,8% nel 2029). L’aggiustamento dal 2023 al 2024 ha visto passare il rapporto deficit/pil 7,2% al 3,8% (rispetto al 9,4% del 2020, 8,9% del 2021 e 8,1% del 2023, quando la spesa pubblica è stata fortemente aumentata per far fronte all’emergenza Covid).
La riduzione è stata molto rilevante, addirittura superiore a quelle del 2011-2012 (governo Monti), del 2006-2007 e 1997-1998 (governi Prodi), del 1992-1993 (governo Amato). Ma politicamente questo aggiustamento è stato sinora più “facile” per il governo Meloni, perché effetto soprattutto della combinazione di due correzioni “senza manovra”.
Primo, la fine di misure transitorie dei superbonus edilizi e di contrasto al caro energia nel dopo Covid, che nel 2023 erano arrivate a pesare sul bilancio pubblico per oltre 100 miliardi di euro.
Secondo, il fiscal drag determinato dal peso dell’inflazione che gonfia le basi imponibili. Si stima che abbia comportato un aumento di gettito nel 2024 di 26 miliardi di euro, di cui 18 dai redditi dei lavoratori dipendenti. Di fatto, per lo Stato le entrate fiscali sui redditi nominalmente accresciuti su cui scattano aliquote superiori sono aumentate più delle uscite, che non sono tutte indicizzate in maniera automatica ai prezzi. Per esempio, i salari della pubblica amministrazione lo sono solo parzialmente. Mentre le pensioni sono indicizzate al 100% solo fino al valore quattro volte il trattamento minimo.
Non è ancora del tutto chiaro quali conseguenze la correzione di bilancio pubblico di entità eccezionale in corso potrà avere sulla domanda interna di beni e servizi. Gli indicatori congiunturali per il 2025 restano molto incerti in Italia. Quel che è certo è che l’inflazione del 2022 e 2023 (13,6% in due anni) ha eroso il potere d’acquisto, ovviamente con incidenza maggiore sui redditi più bassi. E questo influisce negativamente sui consumi.
Inoltre il trend generale dei consumi, che accomuna l’Italia all’Europa, vede un progressivo spostamento della domanda dai beni ai servizi. Per motivi anche demografici e sociali. Con ricadute pertanto sui volumi di produzione delle filiere manifatturiere, che sempre più avranno bisogno di compensare esportando verso mercati esteri più ricettivi. Possibilmente con basse barriere commerciali di entrata, che però è l’opposto della direzione in cui soffiano gli odierni venti protezionistici in molte aree del mondo.