BATTERIE
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Il nuovo Clean Industrial Deal dell’Ue punta a rafforzare l’economia circolare dei metalli entro il 2030. Tre le macro aree di intervento per la competitività e la decarbonizzazione dell’industria europea c’è infatti la circolarità delle 34 materie prime critiche elencate nell’EU Critical Raw Material (CRM) Act.
Le altre macro aree del Clean Industrial Deal saranno la deregolamentazione nei diversi settori manifatturieri, i costi dell’energia per cittadini e aziende da ridurre, lo stimolo alla crescita della domanda interna di “prodotti puliti” prodotti in Paesi Ue, la sviluppo di strumenti finanziari e relativi budget di risorse pubbliche e private a sostegno della “transizione pulita”.
L’elenco delle 34 materie prime critiche del CRM Act comprende tre metalli non ferrosi di grande consumo: il rame, il nichel e l’alluminio. Di cui, i primi due sono anche classificati tra le 17 materie prime critiche strategiche. Vale a dire, secondo la definizione della Commissione Ue, “materie prime rilevanti per le tecnologie che supportano la duplice transizione verde e digitale e gli obiettivi della difesa e dell’aerospazio”.
Le 17 materie prime critiche strategiche Ue sono: bismuto, boro, cobalto, gallio, germanio, grafite naturale, litio, magnesio, manganese, metalli del gruppo del platino (platino, palladio, rodio, rutenio, iridio), nichel, rame, silicio metallico, titanio, terre rare leggere (cerio, lantanio, neodimio, praseodimio, samario), terre rare pesanti (disprosio, erbio, europio, gadolinio, itterbio, ittrio, lutezio, olmio, terbio, tulio)
L’obiettivo è arrivare per il 2030 ad avere un tasso di circolarità del 24% dei materiali critici rispetto al relativo fabbisogno europeo. In tal senso, le linee guida del Clean Industrial Deal prevedono di creare in tempi brevi un Critical Raw Material Centre che funga da piattaforma comune Ue per l’acquisto congiunto di materie prime per le aziende europee utilizzatrici. In sostanza, più economie di scala e maggiore leva negoziale per gli acquirenti nel mercato delle commodity industriali.
Nel 2026, inoltre, l’Ue dovrebbe aggiornare la normativa con un Circular Economy Act mirato a stimolare l’economia circolare dei metalli, specialmente il riutilizzo efficiente dei materiali critici scarsamente disponibili. Secondo le intenzioni enunciate, esso “darà forma a un mercato unico dei rifiuti e dei materiali riutilizzabili. Contribuirà a utilizzare al meglio le risorse limitate dell’Ue, a ridurre la dipendenza da materiali scarsi provenienti da fornitori inaffidabili e a migliorare la resilienza. Abbasserà i costi di produzione, ridurrà i rifiuti e le emissioni di CO2 e creerà un modello industriale più sostenibile, a vantaggio dell’ambiente e della competitività economica”.
È infatti strategico per l’Europa ridurre la dipendenza dalle catene di fornitura globali nell’approvvigionamento di queste commodity utilizzate in diversi settori industriali che vanno dall’aerospazio all’elettronica, dalle batterie al fotovoltaico, dalla chimica al medicale, dai magneti ai trasporti.
In particolare, secondo uno studio di Teha Group – The European House Ambrosetti, il 56% delle materie prime critiche importate nell’Ue arriva dalla Cina. Del resto, nel 2023 l’Ue (dati Commissione) ha investito nel comparto delle materie prime critiche meno di un quinto della Cina: 2,7 miliardi di euro per Bruxelles a fronte di 14,7 miliardi di Pechino.
Sul fronte delle partnership strategiche con Paesi ricchi di materie prime critiche l’Ue ha comunque siglato nel 2023 e 2024 dieci nuovi accordi con Argentina, Australia, Cile, Groenlandia, Norvegia, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Serbia, Uzbekistan, Zambia. Che sia aggiungono alle partnership pre-esistenti con Canada, Kazakistan, Namibia e Ucraina.
L’Ue fa inoltre parte della Mineral Security Partnership di 15 paesi lanciata nel 2022 dagli Usa per i minerali critici per la transizione energetica e le tecnologie green e dell’iniziativa Resilient Inclusive Supply Chain Enhancement promossa dal G7 e dalla Banca Mondiale con focus prioritario in Africa.