MANIFATTURA
Byd in Europa punta sulle fabbriche per il Made in EU e ferma l’investimento turco
Su 34 materie prime critiche elencate nel Critical Raw Materials Act (CRMA) dell’Unione Europea (Regolamento 2024/1252), sono 17 quelle considerate strategiche. Vale a dire, quelle di rilevanza cruciale per il mercato interno e per la transizione green e digitale. Tra esse ci sono materiali utilizzati nelle filiere industriali dei più comuni metalli non ferrosi: alluminio/allumina/bauxite, litio e nichel per il grado batteria, rame.
Materiali di elevata importanza per l’industria europea. Ma al contempo soggetti al rischio di criticità nelle catene di approvvigionamento internazionale. Le materie prime critiche, il cui elenco è stato più volte aggiornato dall’Ue nel corso degli anni, hanno queste due caratteristiche comuni.
Molte di esse sono impiegate nella produzione di tecnologie per la transizione energetica, che il Net-Zero Industry Act dell’Ue ha l’obiettivo di favorire in Europa. Quindi batterie per veicoli elettrici e accumuli energetici, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, reti di trasmissione e distribuzione di corrente elettrica.
Il CRMA prevede che per il 2030 la quota di importazioni di materie prime critiche da Paesi terzi extra Ue non dovrà superare il 65% del fabbisogno. La percentuale proveniente da miniere europee dovrebbe arrivare almeno al 10%, con lo sviluppo quindi di piani minerari nazionali in base ai giacimenti individuati. E il riciclo coprire almeno il 15%. Inoltre, ben il 40% delle lavorazioni di processo delle materie prime critiche dovrebbe avvenire in territorio Ue.
Si tratta di obiettivi molto ambiziosi, stante la situazione dell’industria mineraria e della lavorazione base dei metalli industriali in Europa. Il Vecchio Continente dipende infatti largamente, e per alcuni metalli completamente, da catene di fornitura estere. Spesso dominate dalla Cina.
Questi obiettivi potrebbero essere raggiunti solo intersecando il CRMA con l’implementazione di un piano di politica industriale in ambito cleantech, annunciato dalla presidente della Commissione Ursula Von del Leyen dopo le elezioni Ue di giugno 2024, mirato ad aumentare il livello di autonomia strategica europea nel perseguire la decarbonizzazione.
Vale a dire il Clean Industrial Deal. Le aree d’azione in cui si articolerà il piano sono la Circular Economy, l’Industrial Decarbonization, i settori Steel & Metals, l’Affordable Energy. Il tutto finanziariamente supportato da un nuovo European Competitiveness Fund, che dovrebbe idealmente essere sufficientemente capiente per i diversi settori industriali strategici.
Tra le materie prime critiche strategiche, per il litio si prevede che la domanda europea decuplicherà nel prossimo decennio. Ma i tassi di riciclo del litio sono bassissimi, ben al di sotto del target CRMA. E le prospettive dello sviluppo dell’industria continentale delle batterie agli ioni di litio e dei metalli per i catodi non sono brillanti.
Molto elevate sono le prospettive di aumento di impiego in Europa (e nel mondo) anche del rame. In particolar modo della vergella di rame, per via della progressiva elettrificazione di molte tipologie di produzioni e di consumi energetici domestici, industriali e nella mobilità. Oltre che per gli investimenti nei data center necessari per sostenere la gestione di grandi moli di dati per le crescenti applicazioni digitali, non da ultima l’intelligenza artificiale. Ma sinora la domanda europea (e italiana di rame) per progetti legati alla transizione energetica è inferiore alle previsioni. A ciò si aggiunge il fatto che il rame, per le sue proprietà fisiche e caratteristiche dei processi di lavorazione, sconta anch’esso qualche difficoltà nel farne crescere il tasso di riciclo in linea con i target CRMA.
Più alto è il tasso di riciclo dell’alluminio, altro metallo non ferroso campione tra le materie prime critiche strategiche. Ma non sufficiente. La domanda di alluminio secondario è infatti in crescita in Europa, tant’è che gli operatori di settore e la European Aluminium sottolineano la sempre più pressante questione della insufficiente disponibilità di rottami di alluminio pre e post consumo nel mercato continentale. E, conseguentemente, le relative tensioni sui prezzi della commodity.