BATTERIE
Le prospettive del riciclo di batterie agli ioni di litio per veicoli e accumuli
Le incertezze che gravano sul futuro delle concessioni idroelettriche rendono ancora più difficile ridurre il prezzo dell’elettricità in Italia. La materia è rilevante per il mercato dell’energia, perché l’idroelettrico pesa tantissimo rispetto al mix elettrico nazionale. Non solo quantitativamente, ma anche “qualitativamente”.
Da una parte, infatti, l’energia dell’acqua contribuisce mediamente a generare un settimo del fabbisogno nazionale di elettricità (40 TWh nel 2023, 52 TWh nel 2024) e rappresenta oltre un terzo della produzione da fonti rinnovabili in Italia (Report Terna). Dall’altra, essendo molto meno intermittente di eolico e fotovoltaico in termini di continuità di generazione, l’idroelettrico è determinante nell’assicurare giorno per giorno l’equilibrio del sistema, e pertanto la sicurezza della rete.
Le concessioni idroelettriche in Italia regolano l’uso delle acque pubbliche per la produzione di energia elettrica. Si tratta di un sistema attraverso il quale lo Stato o le Regioni concedono a soggetti privati o pubblici il diritto di sfruttare i corsi d’acqua per un determinato periodo.
Previste dal Regio Decreto n. 1775 del 1933, le concessioni idroelettriche con la riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 sono diventate oggetto di competenza delle Regioni. Anche se rimane un ruolo di supervisione del governo centrale per i grandi impianti oltre i 3 MW.
Oggi oltre l’80% delle concessioni idroelettriche sono scadute o in scadenza entro il 2029. Ma non è chiaro se saranno rinnovate agli operatori attuali. Potrebbe infatti essere assegnate tramite aste pubbliche competitive, visto che questo è quanto in teoria prevede la Direttiva Ue n. 2006/123/CE sulle liberalizzazioni di mercato (altresì nota come “direttiva Bolkestein”). In teoria, però.
L’intero settore idroelettrico è infatti in attesa di un pronunciamento, previsto nel 2026, da parte della Corte di giustizia dell’Unione Europea. Vale a dire l’organo che assicura il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei Trattati Ue, a cui la Corte Costituzionale italiana ha rimesso alcune questioni sollevate nella controversia legale apertasi tra la Regione Emilia Romagna e il Governo della Repubblica sull’applicabilità della Bolkestein nell’ambito delle concessioni idroelettriche.
Nel frattempo alcune Regioni, come per esempio il Veneto, hanno temporaneamente rinnovato le piccole concessioni idroelettriche per cinque anni. Mentre, su input di molte associazioni europee di rappresentanza dei produttori idroelettrici, l’Ue ha chiuso le procedure di infrazione che aveva aperto nei confronti di diversi Stati membri, tra cui l’Italia. A cui ha quindi lasciato libertà di regolazione del settore.
Assenza di reciprocità rispetto agli altri Paesi Ue. Questa è essenzialmente la criticità che evidenziano gli operatori titolari di concessioni idroelettriche.
La maggior parte sono scadute o in scadenza. E, secondo la normativa vigente (Decreto Semplificazioni del 2022, che ha avviato la completa liberalizzazione del regime di assegnazione delle concessioni idroelettriche in Italia inserendola tra gli impegni di riforma previsti dal PNRR), dovrebbero essere rimesse a gara.
Questo impegno, però, non è stato assunto anche da altri Stati membri dell’Unione europea. «Altrove – sottolinea a tal proposito una nota di Elettricità Futura, l’associazione confindustriale che rappresenta gran parte del settore della produzione elettrica italiana, compreso il comparto idroelettrico – le concessioni sono illimitate o di durata molto superiore. Questo crea una situazione di assenza di reciprocità. Le concessioni italiane sono esposte a possibili speculazioni da parte di fondi ed operatori di altri stati, mentre le imprese italiane non possono partecipare a gare per gestire l’idroelettrico in altri Paesi».
Il concetto è rimarcato da un’altra associazione di produttori, Assoidroelettica. «L’atto costitutivo della Comunità europea – dichiara il direttore generale, Paolo Taglioli – dice espressamente che è nata e si deve reggere sul principio di reciprocità tra gli Stati membri, che può concretizzarsi solamente mediante l’adozione di leggi simmetriche. Siccome nessun altro Paese europeo vuole mettere a gara le concessioni idroelettriche, non lo deve fare neanche l’Italia. Inoltre, poiché la produzione di energia elettrica (codice Ateco 35.1) non rientra tra le attività legate ai servizi, l’idroelettrico non ricade nell’ambito di applicazione della Direttiva Bolkestein sulle liberalizzazioni di mercato. A ciò si aggiunge il fatto che non c’è reciprocità tra gli Stati membri dell’Ue in materia di concessioni idroelettriche».
La pronuncia della Corte di giustizia Ue potrebbe obbligare però a seguire la via delle aste. In Italia, così come in altri Stati Ue. Pertanto gli operatori del comparto non si pronunciano molto su quello che faranno nei prossimi anni.
Innanzitutto, secondo dati di Elettricità Futura, l’incertezza sul futuro delle concessioni idroelettriche sta frenando almeno 15 miliardi di euro di investimenti diretti da parte dei produttori in efficientamento degli impianti e interventi di tutela ambientale nei relativi bacini idrici. Investimenti che potrebbero avere ricadute dirette e indirette per oltre 20 miliardi di euro.
E i produttori si pronunciano molto poco anche rispetto alla questione essenziale del costo dell’energia elettrica per il sistema Paese. Tutti concordano che la fonte rinnovabile idroelettrica può dare un notevole apporto alla riduzione del prezzo dell’elettricità in Italia, che come risaputo ha il PUN elettrico più alto d’Europa.
Ma, dal punto di vista della domanda, l’incertezza sulle concessioni idroelettriche non permette per ora di intervenire sui meccanismi che determinano il prezzo dell’energia da fonte idroelettrica. I rappresentanti dei consumatori ritengono comunque che nell’idroelettrico ci sia ampio spazio di riduzione del prezzo per l’utente finale.
Molto forte è infatti la richiesta da parte delle associazioni di categoria dei settori manifatturieri energivori, in primis dei metalli industriali, di iniziare a disaccoppiare i prezzi dell’elettricità da fonti rinnovabili da quello di mercato legato al gas a partire proprio dal settore idroelettrico. Dove, notoriamente, i costi di esercizio per i produttori sono più bassi rispetto ad altri fonti energetiche.
Per poter giungere al disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas occorre che svaniscano le rendite di posizione di molti produttori di energia. Per esempio, quelle dell’idroelettrico.
Questa, in estrema sintesi, è la posizione del Coordinamento Consorzi Energia, che aderisce al Tavolo della Domanda di Confindustria assieme ad Assocarta, Assomet, Assofond, Assovetro, Confindustria Ceramica, Federacciai, Federbeton e Federchimica.
«Gli effetti della crisi energetica – si legge in una nota congiunta del Tavolo della Domanda confindustriale – sono solo parzialmente causa diretta dell’aumento del prezzo del gas. In larga parte sono anche riconducibili alla struttura del mercato dell’energia, che ha amplificato tali effetti sui consumatori, aumentando allo stesso tempo, e in egual misura, i profitti dei produttori elettrici.
Tali extra costi, o margini a seconda del punto di vista, valgono, solo per l’idroelettrico oggetto della discussione sul rinnovo delle concessioni, oltre 5 miliardi di euro l’anno.
Per il sistema industriale è sufficiente il 20% dei 4.800 impianti idroelettrici citati dalla relazione alla Camera» presentata alla Camera dei Deputati il 26 febbraio 2025.
I rappresentati dei settori più energivori della manifattura italiana invitano quindi il governo «a non perdere l’unica e irripetibile occasione di avviare il processo di disaccoppiamento dei prezzi dell’energia, condizionando il rinnovo delle concessioni al rilascio di energia alle imprese in base al costo di produzione, e non in base al costo di produzione dell’energia a gas come oggi avviene e come i produttori vorrebbero».
L’analisi dei Consorzi Energia si basa sulla constatazione che i proprietari di gradi impianti idroelettrici, che sono operativi da molti decenni, hanno ampiamente ammortizzato il costo degli investimenti sostenuti.
Pertanto, in caso di rinnovo delle concessioni idroelettriche, gli investimenti per migliorare l’efficienza e ridurre l’impatto ambientale degli impianti nei prossimi due o tre decenni sarebbero comunque inferiori agli investimenti che deve sostenere chi avvia progetti greenfield di nuove infrastrutture energetiche.
Bene il rinnovo delle concessioni idroelettriche, come chiedono i produttori. Purché questo comporti un vantaggio anche per i consumatori e per il sistema Paese. Per i Consorzi Energia degli acquirenti industriali di elettricità deve essere quindi concordato che l’elettricità prodotta dalle centrali oggetto di rinnovo delle concessioni idroelettriche verrà ceduta ai consumatori a un prezzo che dovrà tenere conto del costo degli investimenti di aggiornamento degli impianti più il rendimento del capitale, con dei parametri da definire. Ma senza “extra rendite”.
Le condizioni, secondo i Consorzi Energia, dovranno pertanto essere “regolate”, così come si fa con i gestori delle reti elettriche. Perché, se i gestori idroelettrici resteranno di fatto fuori dal mercato libero qualora le concessioni non venissero riaffidate attraverso aste competitive, tutta l’elettricità che produrranno non potrà essere venduta a prezzi di mercato.
Questo darebbe vita a una prima forma di decoupling del prezzo dell’energia elettrica non basata sulla definizione di un nuovo “algoritmo” della costruzione del PUN, che ha i tempi politici e tecnici lunghi della riforma necessaria a livello Ue. Ma permetterebbe a beni energetici accomunati dalla stessa struttura di costi di essere venduti con contratti al consumatore che riflettono tale struttura di costi. Evitando quindi che eventuali nuove impennate del prezzo del gas trascinino una clamorosa inefficienza del sistema elettrico.