MANIFATTURA
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Dal 1° gennaio 2026 è pienamente in vigore il Cbam sull’acciaio, sulla ghisa e sull’alluminio importati da Paesi extra Ue. Le nuove regole si applicano anche a fertilizzanti, cemento, idrogeno ed energia.
Tra i vari materiali sottoposti alle regole Cbam i metalli ferrosi rappresentano di gran lunga i volumi di import più rilevanti. Nel settore una questione essenziale, motivo di grande incertezza per gli importatori siderurgici, è che il sistema internazionale di certificatori Cbam accreditati delle effettive emissioni carboniche dichiarate dai produttori extra Ue non sarà operativo prima dell’autunno 2026. Se tutto va bene.
«Nel frattempo – osserva Marco Moriconi dell’Osservatorio italiano materie prime di Faro Club per il mercato dell’acciaio al carbonio e Sales Director Steel di Hyosung Europe – in assenza di certificazione la linea dei grandi trader internazionali e dei grossi acquisitori di prodotti siderurgici è di considerare i valori di default per singoli Paesi fissati dal Regolamento Esecutivo Cbam, pubblicato a dicembre 2025, che sono più alti (in alcuni casi in maniera sensibile) dei valori attuali dichiarati dai produttori. Di fatto da qualche settimana il mercato è bloccato all’acquisto dai Paesi extra Eu in attesa di ulteriori chiarimenti».
Il punto sul primo impatto che l’applicazione delle regole del Cbam sull’acciaio sta avendo sugli operatori della filiera commerciale siderurgica italiana lo fa Paolo Sangoi, presidente di Assofermet Acciai e amministratore delegato dell’omonimo centro servizi friulano.
«In realtà – precisa Sangoi – il temuto avvio della fase pienamente operativa della norma ha già condizionato l’attività di importazione sin dallo scorso autunno, quando sono stati negoziati i contratti che prevedevano arrivi e conseguenti sdoganamenti a partire da gennaio 2026. Non si è quindi assistito a un impatto improvviso e puntuale, bensì a una progressiva e crescente preoccupazione, alimentata peraltro dal disorientamento degli operatori, molti dei quali non hanno ancora pienamente compreso il complesso meccanismo normativo».
I certificati Cbam sulle emissioni carboniche extra soglia dei prodotti importati dal 1° gennaio 2026 in poi dovranno essere acquistati nel 2027 a prezzi non definibili oggi. Il trend sugli EU ETS è comunque rialzista. Come si stanno quindi muovendo gli importatori in termini di gestione del rischio Cbam sull’acciaio?
«A causa di indicazioni ancora insufficienti e imprecise, il calcolatore Cbam non è in grado di determinare, nemmeno con un’accettabile approssimazione, l’importo della tassazione. E difficilmente lo sarà ancora per lungo tempo. Questa incertezza ha già allontanato molti buyer dall’importazione, non solo dai Paesi meno virtuosi sotto il profilo ambientale, ma paradossalmente anche da quelli pienamente allineati agli obiettivi green.
Riteniamo inaccettabile e particolarmente grave non poter quantificare il costo effettivo di ciò che si acquista. L’intero impianto del Cbam si fonda su principi ambientali in larga parte condivisibili, ma è indispensabile prestare la massima attenzione alla tutela dell’industria europea. È proprio da essa, infatti, che l’Ue potrà reperire le risorse necessarie per finanziare il Green Deal.
Le posizioni espresse in queste settimane da altre associazioni di settore confermano esattamente lo scenario che Assofermet aveva già previsto al momento dell’introduzione del Cbam nel 2023. E ancor prima, nell’analisi delle prime bozze regolamentari, quando avevamo messo in guardia le istituzioni sui potenziali effetti dirompenti della misura in assenza di interventi strutturali e correttivi sull’impianto normativo».
Oggi agli importatori, su cui ricade la responsabilità di quanto dichiarano, conviene applicare i valori di default per Paese indicati nelle tabelle Cbam? Oppure ci si può fidare dei valori più bassi di emissioni che alcuni produttori extra Ue già dichiarano ma che non sono ancora certificati?
«È fuori dubbio che il calcolo del corrispettivo basato sui default values rappresenti l’opzione più sicura, se confrontata con quella fondata sugli actual values. Questi ultimi, infatti, espongono l’importatore a un rischio significativo: qualora in fase di certificazione a posteriori i dati risultassero non corretti, la responsabilità ricadrebbe su chi importa, oltre a far scattare automaticamente il ricalcolo della tassa sulla base dei default values.
Il vero nodo, tuttavia, è che nella stragrande maggioranza dei casi il ricorso ai default values si traduce in un costo economicamente insostenibile, rendendo di fatto impraticabile l’opzione».
Chiedete modifiche operative o rinvii del Cbam sull’acciaio?
«Assofermet ha più volte rappresentato alle istituzioni, sia in Italia sia a Bruxelles, la propria profonda preoccupazione per i potenziali effetti dirompenti che il Cbam rischia di generare sull’intero sistema manifatturiero europeo, esprimendo al contempo forti riserve sulle reali possibilità di una sua revisione strutturale. Di fatto, ci troviamo di fronte a un impianto giuridico estremamente complesso, che risulta oggi molto difficile da correggere o adattare.
Proprio per questo, se l’obiettivo è davvero quello di perseguire un percorso europeo credibile di tutela ambientale, riteniamo che l’Ue debba avere il coraggio di superare l’attuale Cbam e sostituirlo con un sistema di tassazione flat, sempre basato sull’impronta carbonica ma capace di applicarsi fin da subito in modo uniforme a prodotti finiti, semilavorati e materie prime, superando le distorsioni e le incertezze che caratterizzano il meccanismo attuale».