MANIFATTURA
Byd in Europa punta sulle fabbriche per il Made in EU e ferma l’investimento turco
La transizione verso l’acciaio verde europeo è affidata primariamente alla tecnologia elettro siderurgica.
Molti sono i progetti nell’area Ue mirati, con il forte sostegno di aiuti pubblici per i necessari investimenti, alla conversione dal ciclo integrale ad altoforni a gas naturale impieganti minerale di ferro e carbon coke con sistemi a forni elettrici che utilizzano invece come materia prima principale rottami ferrosi riciclati e in cui le fonti rinnovabili possono avere un peso più rilevante nel mix energetico di alimentazione.
L’incidenza media degli altoforni nella produzione Ue di acciaio è ancora del 56,3%, con punte molto alte per esempio in Germania e Francia. L’Italia è invece più avanti, essendo storicamente il paese europeo dell’elettrosiderurgia. Tant’è che, complice anche la crisi dell’ex Ilva – Acciaierie d’Italia, la produzione nazionale di acciaio da ciclo integrale è inferiore al 20%. Il che dà alla siderurgia italiana il primato europeo della sostenibilità.
I forni elettrici non sono comunque l’unica soluzione per produrre acciaio verde. La riduzione dell’impronta carbonica del settore passa infatti anche attraverso altre tecnologie. Carlo Mapelli, professore di siderurgia e materiali avanzati per l’ingegneria meccanica del Politecnico di Milano, spiega che «possiamo seguire quattro vie, e ciascuna ha i propri punti di forza e di debolezza: il CCUS (carbon capture, utilization, and storage); l’idrogeno; l’elettrificazione completa del processo produttivo e lo sfruttamento delle biomasse».
Focalizziamoci su quella più diffusa, l’elettrificazione appunto. Che per essere sostenibile sia ambientalmente sia economicamente necessita di sufficiente disponibilità costante di energia da fonti rinnovabili e di materia prima rottame ferroso riciclato a prezzi competitivi.
La forte spinta europea agli investimenti in impianti elettro siderurgici per la produzione di acciaio green è stata analizzata dall’ufficio studi di Siderweb.
Entro il 2030 dovrebbero essere funzionanti nell’area Ue 24 nuovi forni elettrici, che sostituiranno 34 milioni di tonnellate annue di capacità di altoforni a ciclo integrale. A questi si aggiungeranno 4 forni elettrici ex novo, per un totale di circa 43 milioni di capacità produttiva molto più decarbonizzata.
Mediamente, infatti, l’acciaio ottenuto con forni elettrici utilizzando comporta un decimo di emissioni carboniche per unità prodotta rispetto a quello da ciclo integrale con altoforni. Il confronto, incentrato sulle performance dell’elettro siderurgia italiana, è di circa 100-200 kg di emissioni per ogni tonnellata di prodotto sfornata dai forni elettrici rispetto a 1.800-2.000 kg nel ciclo integrale.
Inoltre, 17 dei 28 nuovi forni elettrici saranno dotati di annesso impianto di pre-riduzione per la trasformazione del minerale di ferro in DRI/HBI. A cui entro il 2030 si aggiungeranno in area Ue altri 5 impianti di pre-riduzione destinati a produrre DRI/HBI per forni elettrici e per altoforni esistenti che non saranno sostituiti.
Il comparto sta aumentando l’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili.
«I produttori italiani – ha rimarcato Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, nel suo intervento di apertura all’edizione 2025 della fiera Made in Steel a Milano – mediamente oggi comprano in rete energia verde per un terzo del loro fabbisogno e per un altro terzo la genereranno da fonti rinnovabili con propri impianti grazie all’Energy Release che sta partendo. Il rimanente terzo potrebbe essere energia nucleare francese acquistabile con accordi mirati con Edison ed Edf. Ma non si riesce a farlo a causa di regole Ue che non consentono a consorzi di imprese industriali di singoli Paesi membri di stipulare contratti a lungo termine di tipo PPA – Power Purchase Agreement per l’acquisto di energia a un prezzo definito con società di un altro Paese membro. Questo è uno dei tanti ambiti in cui è ora che a Bruxelles si sveglino e facciano qualcosa, come ha detto Draghi».
L’altro fronte è quello del mercato dei rottami ferrosi, in particolare delle regole sull’export extra Ue, in cui in Europa c’è una netta contrapposizione di interessi tra i produttori da una parte e la filiera commerciale indipendente del rottame dall’altra.
Ma cosa si intende esattamente per acciaio verde?
I parametri per stabilire qual è il livello di emissioni carboniche incorporate in base a cui un prodotto siderurgico può essere definito green ad oggi non ci sono. E la questione non è secondaria dal punto di vista commerciale.
Mancando infatti uno standard definito, non esiste una certificazione ad hoc per l’acciaio verde. Anche su questo i siderurgici italiani stanno lavorando per ottenere il riconoscimento delle performance di decarbonizzazione del processo elettro siderurgico nell’ambito dell’EU Steel Action Plan, che risponde alle esigenze fondamentali di raggiungere i target di circolarità dei metalli e di fonti rinnovabili nel mix energetico.
Eurofer, l’associazione dei produttori europei, è però divisa al suo interno tra il comparto dell’elettrosiderurgia capeggiato dagli italiani e quello del ciclo integrale capeggiato da tedeschi e francesi. «Stiamo facendo una battaglia campale sull’acciaio verde – ha dichiarato Gozzi – perché la Commissione Ue sembra essere disponibile ad assimilare una riduzione del 20% delle emissioni carboniche sull’acciaio da altoforno al livello di emissioni del nostro acciaio italiano da forno elettrico, che è molto più decarbonizzato. Come Federacciai continuiamo a proporre, e ci arriveremo, una due diligence effettiva sull’acciaio green, perché pensiamo che si debbano rispettare le effettive emissioni della produzione di acciaio e non criteri convenzionali».
Premessa. Quella di “acciaio sostenibile” è una definizione ampia, che comprende l’acciaio riciclato e le diverse tipologie di produzione a basso impatto carbonico.
Secondo un report pubblicato a febbraio 2025 da Research & Markets, il mercato europeo dell’acciaio sostenibile valeva nel 2024 intorno ai 90 miliardi di euro (94 miliardi di dollari). E nei prossimi dieci anni crescerà a un tasso annuale composito del 5,31% a oltre 150 miliardi di euro (157,9 miliardi di dollari) nel 2034.
Latita però la domanda di acciaio verde, o più in senso lato la domanda di acciaio sostenibile, disposta a riconoscere un prezzo premium. Soprattutto da parte dei consumatori privati. Anche nell’automotive, che pur è uno dei settori considerati a maggior potenziale di richiesta. Lo hanno confermato in occasione di Made in Steel 2025 molti operatori. «Oggi nessuno vuole pagare un extra costo sull’acciaio – ha sintetizzato Alexander Julius, presidente di Eurometal, che rappresenta a livello europeo la filiera dei centri servizio, dei distributori e dei trader siderurgici – ma il mondo sta già cambiando. Dal punto di vista della comunicazione, è un discorso che già ora va affrontato lungo tutta la supply chain. È inevitabile che il prezzo per il consumatore finale salirà».
Il mercato oggi più ricettivo per l’acciaio green è quello delle opere pubbliche. Nelle gare d’appalto sono previsti criteri ambientali minimi (Cam) per ogni prodotto e servizio fornito, e per quelli siderurgici è obbligatoria la certificazione di sostenibilità ambientale Epd. Un basso livello di emissioni di CO2 Scope 1 (processo produttivo) e Scope 2 (energia) è certamente un plus per il punteggio in graduatoria. Tant’è che tra i produttori di acciaio da costruzione più avanzati sulla strada della decarbonizzazione si accoglierebbe con favore l’introduzione nei capitolati di gara del requisito di garantire un’impronta carbonica sotto una determinata soglia.
La siderurgia europea a ciclo integrale sta affrontando problemi di eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda di mercato stagnante e alti costi energetici. Con relative crisi industriali da gestire.
Pertanto diventa ancora più difficile affrontare l’onerosità della transizione tecnologica green. «Dobbiamo potenziare gli sforzi che tutti stiamo facendo, ma se essi non saranno economicamente sostenibili, non ci sarà alcun cambiamento» ha per esempio detto Stéphane Tondo, Head of Sustainable Development Europe di ArcelorMittal, a Made in Steel. «A novembre abbiamo messo in pausa i nostri progetti di decarbonizzazione. Siamo pronti dal punto di vista tecnologico, con diverse soluzioni. Ma al momento il mercato non è pronto. Rimaniamo convinti che l’Europa sia ancora il contesto adatto per produrre acciaio, ma dobbiamo mantenerne la competitività. Serve un level playing field».
Per l’idrogeno verde la questione è la sostenibilità economica su scala della tecnologia, che ha bisogno di forti incentivi pubblici sia tariffari sia sugli investimenti in impianti. L’applicazione all’acciaio sta incontrando forti difficoltà, come nel caso di ThyssenKrupp. Un’eccezione positiva è il progetto Stegra in Svezia, che va avanti con importanti commesse assicurate per il futuro da parte di case automobilistiche e che in termini di costi energetici potrà contare sull’ampia disponibilità locale di energia idroelettrica e di acqua per gli elettrolizzatori.
CCUS e biomasse, infine, hanno tecnologicamente molta strada da fare.