MANIFATTURA
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La principale novità della proposta di revisione del sistema ETS (Emissions Trading Scheme) della Commissione Ue è che la programmata riduzione delle quote di emissione di carbonio (EUA – European Unit Allowances) potrebbe essere meno estrema. La percezione di una minore scarsità di quote per le aziende dei settori industriali hard-to-abate può quindi avere un effetto ribassista di lungo termine nel mercato delle quote EUA.
Il tema della revisione del sistema ETS è stato oggetto del 35° Smart Faro Focus. «La proposta della Commissione – ha spiegato Luca Rizzitelli, Ceo di Bros Energy SA – prevede una traiettoria meno rigida del taglio di quote dopo il 2030, per evitare shock industriali e volatilità politica. L’aumento dell’attenzione alla competitività industriale europea vuole evitare una riduzione troppo rapida delle quote libere di emissione prima che le tecnologie per la decarbonizzazione dei settori hard-to-abate diventino disponibili.
Le scadenze più lunghe incorporano un minor “premio di scarsità”, mentre il breve termine resta guidato dai fondamentali dell’energia, delle emissioni reali e del negoziato politico in sede Ue. Molto importante – ha precisato Rizzitelli – è la soglia di prezzo degli EUA dei 90 euro a tonnellata, che rimane il limite critico per potenziali interventi correttivi delle istituzioni».
Per poter beneficiare di più quote gratuite le aziende dei settori soggetti all’ETS devono abilitare piani di investimenti in tecnologie per la decarbonizzazione industriale. Questi investimenti dovrebbero essere facilitati dall’ETS Investment Booster che l’Unione europea intende rendere disponibile entro il 2030 attraverso la costituenda Industrial Decarbonisation Bank finanziata con 100 miliardi di euro provenienti dai fondi Ue alimentati con i proventi delle aste ETS.
Inoltre, i singoli Stati membri Ue, che sinora hanno gestito intorno al 70% dei 270 miliardi di euro di proventi ETS raccolti dal 2005 al 2024, non solo saranno obbligati a destinare il 100% di queste entrate a finalità legate alle politiche climatiche (come previsto dal 2023). Ma saranno tenuti anche a spendere il 50% di questi proventi esclusivamente per investimenti mirati alla decarbonizzazione dei settori industriali hard-to-abate.
Rizzitelli ha illustrato le cinque leve principali della revisione del sistema ETS proposta dalla Commissione Ue:
1) Allentamento del fattore lineare di riduzione annuale (LRF) delle quote: passare da 4,4% odierno a 3,7% dal 2031 al 2035, e a 1,7% dopo il 2036.
2) Rendere meno aggressivo il meccanismo della Market Stability Reserve (MSR) che ritira quote quando il mercato è in surplus e le rilascia quando è in deficit. A partire dal 2028 verrebbe dimezzato il tasso di assorbimento nelle fasi di eccesso di offerta nel mercato, dal 24% al 12%.
3) Prevedere quote gratuite per la tassa sul carbonio incorporato nelle merci importate nell’Ue soggette al Cbam, rinviando il phase-out completo al 2038. In particolare, dal 2031 le quote gratuite sarebbero maggiormente collegate alla presentazione di piani di investimenti per la decarbonizzazione da parte delle imprese. Si ridurrebbe quindi per le aziende il rischio di compliance Cbam.
4) Spinta sulle tecnologie CCUS per la rimozione e l’immagazzinamento della CO2 nei paesi in cui si applica l’ETS (domestic removals), rispetto a cui è prevista l’introduzione di 250 milioni di permessi di emissioni. Inoltre sono previsti crediti internazionali per le rimozioni certificate di CO2 frutto di interventi realizzati fuori dall’Ue.
5) Estensione dell’ETS nei settori marittimo, aereo e dell’incenerimento dei rifiuti urbani.
Quel che ci si può effettivamente aspettare nel processo di revisione del sistema ETS è che nel 2026 e 2027 il mercato EUA verrà influenzato dal dibattito politico ed economico europeo. Dal 2028, se la proposta passerà nei termini delineati, ci sarebbe qualche impatto sulla Market Stability Reserve e sul Cbam. Gli effetti comincerebbero in ogni caso a essere rilevanti solo a partire dal 2031 con l’allentamento del fattore di riduzione lineare delle quote di emissioni.
La proposta di revisione influenza quindi oggi le aspettative, ma l’equilibrio fisico tra domanda e offerta verrebbe realmente modificato nel decennio 2030. Determinanti nell’influenzare la domanda di quote da parte delle imprese dei settori hard-to-abate e i prezzi EUA saranno l’evoluzione della produzione industriale e l’effettiva adozione di tecnologie di decarbonizzazione efficaci ed economicamente sostenibili nei settori hard-to-abate in Europa.
Sino ad oggi, secondo dati della stessa Ue, solo una parte dei proventi ETS sono stati destinati a investimenti per la decarbonizzazione. Serve pertanto un radicale cambio di marcia.
Nel caso dell’Italia, addirittura, l’analisi più aggiornata effettuata dal think-tank italiano per il clima Ecco sulla base delle rendicontazioni pubbliche presentate alla Commissione europea, riporta un impiego molto ridotto. Le spese esborsate per energie rinnovabili, trasporti pubblici a basse emissioni, efficienza energetica, transizione energetica dei settori industriali, adattamento climatico e investimenti in politiche climatiche in paesi terzi si fermano infatti al 9% del totale. Di fatto, appena 1,6 miliardi di euro sul totale di 18 miliardi incassati con le aste ETS dal 2012 al 2024.
Il 50% dei proventi delle aste ETS ha alimentato in Italia il Fondo nazionale di ammortamento dei titoli di stato. Per la restante metà (gestione suddivisa tra Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti), la trasparenza sugli impieghi lascia alquanto a desiderare.
Di certo, oltre 3,5 miliardi di euro sono stati utilizzati per misure emergenziali per la riduzione dei costi delle bollette tra il 2021 e il 2022. Inoltre, sottolinea Ecco, l’Italia ha sotto impiegato i fondi ETS disponibili per compensare i costi indiretti sostenuti dalle imprese energivore esposte alla concorrenza internazionale. L’Ue infatti consente agli Stati membri di utilizzare fino al 25% dei proventi delle aste ETS a tale scopo, ma l’Italia ha destinato alle compensazioni per le imprese solo il 5,6% dei proventi raccolti dopo il 2020 rispetto al 26% della Germania e al 38% della Francia.