BATTERIE
Le prospettive del riciclo di batterie agli ioni di litio per veicoli e accumuli
La Germania spinge sulle politiche che favoriscono gli investimenti in tecnologie per la cattura e stoccaggio della CO2 (CCS – Carbon Capture and Storage). Secondo la stampa tedesca, infatti, entro fine 2025 potrebbe essere approvata ed entrare in vigore una legge che consentirebbe alle aziende di utilizzare sistemi CCS per immagazzinare in appositi depositi le loro emissioni di anidride carbonica.
Interessati sono innanzitutto i settori industriali considerati hard-to-abate, con in testa le energie fossili. Ma investimenti in sistemi per la cattura e stoccaggio della CO2 dovrebbero essere fatti anche nelle filiere dei produttori e trasformatori di metalli, come l’acciaio e l’alluminio.
A livello mondiale, secondo il report 2024 del Global CCS Institute, sono in corso oltre 600 progetti di cattura e stoccaggio della CO2, di cui una cinquantina sono già operativi e una quarantina in costruzione. La capacità operativa globale raddoppierà da 50 a 100 milioni di tonnellate all’anno con l’ultimazione dei progetti in costruzione, e ammonterebbe a 416 milioni di tonnellate annue considerando tutti i progetti oggi previsti.
In Europa il Net-Zero Industry Act dell’Ue fissa per il 2030 l’obiettivo di raggiungere una capacità di immissione nei siti di stoccaggio di 50 milioni di tonnellate.
Per iniziare veramente ad andare in questa direzione, la Commissione Europea ha pubblicato nel 2025 l’elenco di 44 produttori oil & gas obbligati ad essere operativi entro il 31 dicembre 2030 con siti di stoccaggio geologico, ciascuno con una propria quota calcolata in base alle quantità di petrolio e gas prodotte tra il 2020 e il 2023.
Nota la società di market intelligence Argus che i primi sei di questi 44 operatori oil & gas, tra cui figura anche l’italiana Eni che sta avviando in partnership con Snam un progetto CCS che sfrutterà giacimenti esauriti di gas vicino a Ravenna, dovranno contribuire a ben la metà dei 50 milioni di tonnellate di capacità di immissione annuale prevista nell’Ue per il 2030.
Non mancano ovviamente le criticità rispetto a una tecnologia ancora in via sviluppo.
Economicamente, secondo l’IEA – International Energy Agency, i costi per investimenti e gestione di sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 possono superare i 100 euro a tonnellata. E arrivare anche a oltre 300 euro a tonnellata per i sistemi di direct air capture (DAC). Fondamentali quindi, al di là del supporto dei contributi pubblici Ue, sono le prospettive della remunerabilità di mercato dei crediti di carbonio ETS e dell’impiego industriale della CO2, che per esempio può essere combinata con l’idrogeno verde per la produzione di carburanti sintetici (e-fuel) per aerei, navi e autoveicoli.
Molto critici sulla CCS sono però molti scienziati e ambientalisti, che considerano lo sviluppo di sistemi di cattura e stoccaggio della CO2 una scorciatoia per evitare di ridurre le emissioni a monte. Secondo uno studio dell’Università di Stanford, la diffusione di questa tecnologia avrebbe globalmente, in termini di impatti ambientali e sulla salute umana e di relativi danni, un costo sociale dalle nove alle dodici volte più elevato rispetto a un sistema basato sulla totale transizione verso fonti energetiche rinnovabili.
Del resto, anche il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico IPCC esprime una posizione critica. Pur essendo favorevole all’integrazione di sistemi CCS tra le soluzioni per la transizione energetica dei settori ad alta intensità carbonica, l’IPCC mette infatti in guardia che una loro eventuale adozione su ampia scala potrebbe distogliere incentivi dagli investimenti rivolti all’obiettivo primario, che è tagliare all’origine le emissioni.