19 Settembre 2025 / METALLI

La filiera industriale europea chiede di cambiare le regole CBAM per l’alluminio

Urge modificare le regole Cbam per l’alluminio importato da paesi extra Ue in vista dell’avvio dell’applicazione a pieno regime a partire dal 1° gennaio 2026. E le modifiche devono essere sostanziali, altrimenti il Carbon Border Adjustment Mechanism penalizzerà ulteriormente la manifattura industriale del Vecchio Continente. Lo dichiarano European Aluminium e le principali associazioni nazionali d’imprese di settore dei paesi Ue, che rappresentano i produttori e i trasformatori di alluminio primario e secondario.

Secondo dati elaborati da Centroal, il Gruppo Alluminio di Assomet – Associazione Nazionale Industrie Metalli Non Ferrosi, nel 2024 le importazioni complessive nel mercato Ue di alluminio primario e secondario (grezzo non legato, placche, billette e altre leghe) sono state pari a 5,8 milioni di tonnellate. Gran parte di questo materiale è soggetto al Cbam (sono esclusi i paesi che aderiscono al sistema EU ETS, o similari, di scambio di quote di emissioni carboniche: Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svizzera).

Il rush per le modifiche Cbam

La finestra temporale per apportare cambiamenti sostanziali alle regole Cbam per l’alluminio e per tutti gli altri settori interessati (cemento, ghisa, ferro e acciaio, concimi, idrogeno, energia elettrica) sta per chiudersi. Il 10 settembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato la modifica che riduce gli oneri amministrativi ed esenta dal pagamento della tassa ambientale gli importatori che non superano la soglia di 50 tonnellate all’anno di volumi. Il testo deve però ancora passare l’esame del Consiglio Ue.

Nel frattempo, molti dettagli devono tuttavia essere ancora definiti. La Commissione Ue ha quindi aperto ad agosto una fase di consultazioni pubbliche con gli operatori per definire benchmark, regole di calcolo, allineamento delle esenzioni gratuite e deduzioni del prezzo del carbonio pagate in paesi terzi.

L’industria europea dell’alluminio è quindi fiduciosa che modifiche siano ancora possibili. A tal proposito, Centroal – Assomet ha in programma il 1° ottobre 2025 un incontro con parlamentari europei a Bruxelles per perorare le istanze della filiera, a cui parteciperanno anche altre associazioni nazionali delle imprese di settore, come quella spagnola e tedesca.

«La posizione in otto punti riassunta da European Aluminium – dichiara Giorgio Di Betta, presidente di Centroal – ci vede pienamente allineati come filiera italiana, dall’upstream al downstream. Il Cbam deve essere assolutamente sistemato perché ci sono troppe scappatoie (loophole) che permettono di aggirare le regole e che penalizzano la produzione europea già gravata dal costo delle quote ETS. Bisogna infatti arrivare effettivamente a un level play field tra produttori Ue ed extra Ue, che è l’obiettivo del sistema regolatorio».

Il problema dei rottami

La questione Cbam si intreccia inevitabilmente con quella della crescita dell’export Ue di rottami di alluminio e delle conseguenti carenze di materiale e aumento dei prezzi nel mercato europeo. L’export di rottami si indirizza infatti soprattutto verso paesi asiatici, che sono i concorrenti più temibili per gli europei.

I produttori asiatici di alluminio secondario sono infatti in grado, grazie alle loro fortissime marginalità rispetto ai costi di produzione, di pagare i rottami a prezzi più alti. E quindi di sottrarre agli europei la materia prima seconda essenziale per produrre alluminio a basso contenuto carbonico, che possono destinare al mercato Ue. Da ciò deriva la richiesta dell’industria europea dell’alluminio di tassare pesantemente l’export extra Ue di rottami.

Applicare il Cbam rispetto al benchmark CO2 per paese

Quali sono le principali criticità e le richieste di modifica delle regole Cbam per l’alluminio?

Il presupposto basilare è che l’intensità carbonica della produzione europea di alluminio primario è meno della metà della media mondiale. E ovviamente, ulteriormente e nettamente più bassa è l’intensità carbonica della produzione di alluminio secondario.

Essenziale innanzitutto, secondo l’industria europea di settore, è che le regole Cbam per l’alluminio prevedano l’applicazione di valori di default di emissioni di CO2 incorporate nelle importazioni per ciascun paese extra Ue, indipendentemente che si tratti di alluminio primario o secondario. Questo supererebbe le difficoltà per gli importatori di affidarsi a dichiarazioni degli esportatori non verificabili tramite audit.

L’obiettivo di fondo, in ogni caso, è evitare il fenomeno di “resource shuffling” di materiale a bassa intensità carbonica sotto soglia Cbam, che potrebbe essere selettivamente indirizzato nel mercato Ue da parte di produttori extra Ue che non devono pagare i certificati di carbonio. Un vantaggio competitivo notevole rispetto agli operatori industriali dei settori hard-to-abate europei, che nei prossimi anni dovranno invece fare i conti con i progressivi tagli delle quote gratuite ETS e i previsti aumenti dei prezzi degli EUA.

«L’applicazione in base a dati di default per paese non premierebbe effettivamente i produttori extra Ue più virtuosi interessati a vendere nel mercato europeo – riconosce Di Betta – ma noi dobbiamo tentare di proteggere la nostra industria portando la tassazione che scatta in Europa sul nostro settore allo stesso livello rispetto a quella sulle importazioni».

Niente Cbam sulle emissioni indirette

Inoltre, chiede l’industria europea dell’alluminio, occorre limitarsi a considerare le emissioni dirette del processo produttivo interno (Scope 1), escludendo quindi l’energia (Scope 2) e la filiera fornitori (Scope 3). Almeno fino a che il mix elettrico per le imprese energivore non sarà ampiamente decarbonizzato.

«Più di così noi come aziende del settore oggi non possiamo fare per ridurre l’impronta carbonica nei nostri consumi energetici – osserva Di Betta – perché non basta l’auto produzione fotovoltaica di elettricità se la rete non ci fornisce la differenza di energia green che ci serve. Molte fonderie di alluminio poi hanno bisogno necessariamente di gas, visto che l’idrogeno verde non è maturo per usi industriali».

Estendere il Cbam all’import di prodotti in alluminio

Un altro punto fermo è la richiesta di estendere il Cbam ai prodotti downstream realizzati con alluminio che entrano nel mercato Ue. Se l’applicazione si limita solo ai materiali grezzi e semilavorati, infatti, il rischio paventato è che l’Europa perda il valore aggiunto sulle trasformazioni e lavorazioni a valle. In pratica, ulteriore delocalizzazione manifatturiera. E non necessariamente lontana. È sufficiente infatti produrre in Turchia e Medio Oriente, nei Balcani Occidentali, in Nord Africa.

«Tutti gli operatori delle catene di fornitura devono essere sottoposti alla stessa tassa, verticalmente e orizzontalmente, perché altrimenti se la si applica solo in un segmento si crea una forte distorsione competitiva. Sappiamo – ragiona il presidente di Centroal – che l’estensione anche ai prodotti importati downstream è molto complessa, ma allora si deve riconoscere che questa tassazione non funziona, ed eliminarla».

Abbassare la soglia di import annuale per le esenzioni Cbam

Levata di scudi contro il limite di 50 tonnellate all’anno di volumi per importatore, recentemente introdotto, considerato eccessivo e foriero di scappatoie per aggirarlo. L’esenzione dovrebbe essere applicata solo sotto le 5 tonnellate all’anno.

«Il fatto è – osserva Di Betta – che 50 tonnellate all’anno di acquisti di alluminio di provenienza extra Ue non sono poche: equivalgono a due container e mezzo. Perché i piccoli importatori, che poi tanto piccoli non sono, dovrebbero essere avvantaggiati? Inoltre c’è il rischio che operatori che in un anno acquistano volumi oltre le 50 tonnellate suddividano gli ordini tra più società, per restare sempre sotto soglia».

Assicurare equa concorrenza nel commercio internazionale

Infine, se la combinazione di Cbam ed Ets comporta un aggravio di costo per i prodotti della manifattura Ue rispetto a quelli dei paesi dove non sono in vigore gli stessi oneri sul carbonio, occorre trovare un meccanismo compensativo che tenga conto di ciò nei mercati esteri dove i prodotti Ue vengono riesportati.

Share:

Iscriviti alla Newsletter
di FARO Club

FARO Club dà accesso a relazioni e know how per ampliare gli orizzonti, affrontare il futuro e espandere il business.



    Informativa sulla privacy