18 Dicembre 2023 / MATERIE PRIME

La decarbonizzazione dell’alluminio in Europa

L’International Aluminium Institute (IAI) ha lanciato alla COP28 di Dubai una nuova iniziativa per la decarbonizzazione dell’alluminio. Hanno aderito alla “Greenhouse Gas Initiative” diversi gruppi internazionali del settore, tra i quali Norsk Hydro, oggi il principale produttore europeo di alluminio primario a bassa intensità carbonica.

L’impegno comune è stabilire entro il 31 dicembre 2024 un obiettivo di lungo-termine di riduzione delle emissioni GHG, preferibilmente Net-Zero entro il 2050, un obiettivo intermedio per il 2030 e i relativi piani per il raggiungimento dei target fissati. Sarà inoltre prevista la pubblicazione annuale dei progressi di riduzione delle emissioni Scope 1 e Scope 2 (e possibilmente Scope 3), misurati in tutti gli impianti secondo la IAI Aluminium Carbon Footprint Methodology e le IAI Guidelines on Transparency – Aluminium Scrap.

L’impronta carbonica delle aziende della filiera coinvolte è di 221 milioni di tonnellate di emissioni GHG l’anno. Tra gli aderenti ci sono Aluminerie Alouette, Aluminium Bahrain (Alba), Alcoa Corporation, Alumina Limited, Companhia Brasileira de Alumínio (CBA), Emirates Global Aluminium (EGA), Hindalco Industries Limited, Norsk Hydro, Mitsubishi Corporation, Rio Tinto Aluminium, Rusal, Sohar Aluminium e South32.

Le tre aree di intervento per la decarbonizzazione dell’alluminio

La “Greenhouse Gas Initiative” di IAI si situa nel solco di Aluminium Forward 2030, una coalizione di 25 produttori e 20 clienti downstream impegnati nella trasformazione del settore. Tre sono le aree di innovazione tecnologica e di processo per la decarbonizzazione dell’alluminio su cui il settore deve focalizzarsi, secondo il report “Aluminium Sector Greenhouse Gas Pathways to 2050” di IAI del 2021: mix elettrico, emissioni dirette, riciclo.

L’energia elettrica impiegata nel 2018 era responsabile di oltre il 60% degli 1,1 miliardi di tonnellate di emissioni di CO2 del settore. La sua decarbonizzazione è da perseguire attraverso energie rinnovabili e tecnologie CCUS per la cattura, l’immagazzinamento e il riutilizzo della CO2.

Le emissioni dirette da combustione di carburanti contano per il 15% del totale, da ridurre tramite elettrificazione, CCUS e idrogeno verde. Un altro 15% è dato dalle emissioni di processo, su cui intervenire con nuove tecnologie come gli anodi inerti. A cui si aggiungono le emissioni prodotte nella catena dei trasporti e delle materie prime.

Portando i tassi di raccolta e riciclo al 100% per il 2050, si ridurrebbe del 20% la domanda di alluminio primario rispetto allo scenario BAU (Business As Usual). Il che, vista l’impronta energivora e carbonica molto più bassa dell’alluminio secondario, comporterebbe un taglio di 300 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 l’anno.

L’alluminio verde di Norsk Hydro

L’alluminio primario green, per essere definito tale, deve essere il risultato di un processo che lungo l’intera filiera industriale, dall’estrazione della bauxite alla raffinazione dell’allumina fino alla colata, non supera le quattro tonnellate di emissioni di CO2 per ogni tonnellata di prodotto.

In questo ambito, leader di mercato e di produzione in Europa è Norsk Hydro. «Nel 2023 le nostre leghe primarie low-carbon hanno rappresentato il 18% delle vendite in Europa, e la quota è destinata a crescere nei prossimi anni perché aumenterà sicuramente la domanda di alluminio primario certificato», spiega Roberta Maroni, sales manager di Hydro Aluminium Metal per l’Italia. «Il settore più ricettivo è l’automotive, a partire dalla Germania dove molti estrusori di alluminio operano nella filiera auto. La produzione di alluminio primario a basse emissioni la facciamo in Norvegia, dove sfruttiamo la grande disponibilità di energia idroelettrica. L’obiettivo del Gruppo è arrivare a una produzione totalmente carbon-free per il 2050, quindi stiamo investendo in tale direzione».

Norsk Hydro oggi produce il suo alluminio primario in Norvegia per i mercati europei e in Qatar per quelli asiatici e americani. Ma rilevante in Europa è anche la produzione di alluminio secondario in diversi paesi. Compreso quello certificato secondo i parametri green. «Anche se il 2023 è stato un anno di congiuntura debole per l’intero mercato dell’alluminio primario e secondario, cresce – osserva Maroni – la richiesta di leghe prodotte con contenuto minimo di rottame da raccolta del 75%. Anche in Italia, soprattutto da parte di grandi gruppi del settore delle costruzioni. Infatti l’impianto di Feltre aumenterà la produzione di 15mila tonnellate a partire da metà 2024, e abbiamo un progetto di potenziamento anche per Atessa, dove la produzione di estrusi per l’edilizia è fatta al 100% con alluminio riciclato».

L’impronta carbonica dell’alluminio in Europa

In Europa in media si emettono 5,1 tonnellate di CO2 in Scope 1 e Scope 2 per ogni tonnellata di produzione di alluminio primario (dati European Aluminium). E 0,3 tonnellate di CO2 per ogni tonnellata di alluminio secondario.
Nel 2021 l’intera produzione europea di alluminio ha emesso 24 milioni di tonnellate di CO2, pari al 2,3% del totale mondiale del settore. Il comparto dell’alluminio primario, la cui produzione comporta consumi elettrici 15-20 volte più elevati del secondario, ha contribuito al 74% di queste emissioni. Il totale delle emissioni di CO2 del settore europeo dell’alluminio, comprese quelle da importazioni, è stato di 51 milioni di tonnellate.
L’intensità di emissioni GHG dell’alluminio primario prodotto in Europa è nettamente più bassa rispetto a quello importato (8,3) e alla media globale (15). Cruciale per le migliori performance di intensità di emissioni è il mix elettrico degli smelter europei, coperto per il 70% da idroelettrico e altre rinnovabili, 10% da nucleare, 9% da gas naturale, 10% da carbone e petrolio. E aiutano verso gli obiettivi di decarbonizzazione dell’alluminio europeo anche i risultati nella riduzione dei livelli di fluorocarburi dei processi di elettrolisi.
Ma si sa che i volumi di produzione europea di alluminio primario sono piccoli rispetto all’output mondiale, con un trend in calo. Pesano in Europa i costi dei fattori produttivi, energia in testa. Ecco quindi che fondamentale sarà, anche per mantenere la capacità produttiva europea, la sostenibilità economica della transizione energetica su larga scala stabilita come priorità per il prossimo decennio dalle politiche energetiche Ue e dei singoli paesi.

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